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La dichiarazione integrale del Card. Turkson su condom e AIDS

Hanno suscitato curiosità e dibattito le dichiarazioni sui preservativi e sull’Aids pronunciate ieri dal cardinale africano Peter Kodwo Appiah Turkson, in Vaticano. Al fine di fornire “chiarimenti” su “quanto effettivamente detto”, la sala stampa della Santa Sede ha diffuso una trascrizione fedele della risposta in inglese che il porporato ghanese ha dato ai cronisti. Dalla versione originale risaltano alcune differenze rispetto alla traduzione simultanea in cuffia fornita dalla sala stampa vaticana ai giornalisti che hanno seguito la conferenza stampa in italiano. In particolare, dalla traduzione italiana risultava che Turskon avesse affermato, testualmente: “Io, per carità, certo raccomanderei l’utilizzo dei preservativi, ma in Africa anche l’utilizzo dei preservativi a volte è rischioso, perché per esempio ci sono dei preservativi che non sono assolutamente di buona qualità, che non possono preservarci da questo rischio”. Nell’originale – un inglese colloquiale dalla forte inflessione ghanese – il porporato, dopo aver sottolineato che “in tutte le situazioni di consulenza pastorale il pastore non deve mai decidere quel che l’assistito deve fare”, ha affermato: “Qualcuno, in tale situazione, ha consigliato l’uso del condom da parte del partner che ha l’Hiv/Aids in modo da non diffonderlo”, ma “dalla nostra parte del mondo anche l’uso del condom a volte è rischioso” perché “avremo casi di condom che si rompono durante l’atto sessuale”. Di seguito l’integrale (in italiano) della trascrizione integrale in inglese fornita dalla sala stampa della Santa Sede.
“Penso che in Africa ci sono moltissimi scenari che riguardano la questione dell’Hiv/Aids”, ha detto Turkson. “C’è una situazione in Africa del Sud che è tragica, è molto urgente ed è il luogo a cui fa riferimento la maggior parte delle analisi sull’Hiv. Personalmente ne ho fatto esperienza in Botswana, dove ho trascorso del tempo e dove ho assistito al fatto che quasi ogni fine settimana (si celebravano i funerali di) quattro o cinque persone, giovani o meno. E’ come se si dissipasse la forza lavoro della nazione e l’effetto è negativo”. Quanto al “trattamento” del virus, per “fermare la diffusione dell’Hiv/Aids”, ha proseguito il cardinale, c’è l'”antiretrovirus” o “l’uso del condom”, “a meno che non si segua l’astinenza, la fedeltà al partner e cose del genere. Per quanto mi riguarda abbiamo imparato dal Ghana, dove non abbiamo fatto una ricerca totale e approfondita su questo, ma abbiamo piccoli ‘segnali’ che abbiamo dai nostri ospedali. In Ghana la Chiesa cattolica è piccola (ma gestisce) circa il 30 per cento di tutte le istituzioni sanitarie del Paese, dopo il Governo forniamo il più gran numero di strutture ospedaliere. Da questa piccola indagine abbiamo scoperto nei nostri ospedali che – ha detto Turkson – anche quando la gente propone, sapete, l’uso del condom, esso è efficace solo nelle famiglie in cui c’è anche la scelta di essere fedeli”. “L’uso ordinario dei preservativi, solo come stop all’aids, non è nel nostro caso previsto e apprezzabile. Quando i giovani ricorrono al preservativo, è solo se va di pari passo con la fedeltà, nelle situazioni in cui uno dei due partner può essere infetto da Hiv/Aids. Quando ciò accade, diciamolo chiaramente: stiamo parlando di un prodotto di fabbrica e ci sono qualità differenti. Ci sono condom che arrivano in Ghana dove, a causa della calura, si rompono durante l’atto sessuale, e in questo caso dà ai poveri un falso senso di sicurezza che facilita piuttosto la diffusione dell’Hiv/Aids. In questo caso, siamo riluttanti anche nel caso, sapete, delle relazioni coniugale e fedeli – ha sottolineato il cardinale – le persone sono riluttanti a parlarne”. “Ma la nostra principale preoccupazione e le nostre priorità sono tali che la prima cosa che diremmo sarebbe probabilmente questa: l’astinenza e la lealtà e la fedeltà e rinunciare al sesso quando non è il caso. E come una volta ho suggerito a qualcuno: se qualcuno viene da me con l’Hiv/Aids e vuole sapere il mio punto di vista, so che in tutte le situazioni di consulenza pastorale il pastore non decide mai quel che l’assistito deve fare. E’ lo stesso che accade nelle consulenze psicologiche: esponi le questioni, discuti le questioni con l’assistito e permetti alla persona di decidere, prendere la sua propria decisione. In questo caso, non sottovaluterei la possibilità che qualcuno che ha l’Aids, riconoscendo il proprio impegno cristiano, semplicemente decida di astenersi dal sesso. Non ne ho incontrati molti così, ma un certo numero”. “Alcuni cristiani e cattolici che riconoscendo che hanno l’Aids, si sono semplicemente astenuti o rifiutati (di avere rapporti sessuali) per il timore di diffondere il virus. Qualcuno, in tale situazione – ha detto il porporato ghanese – consiglierebbe l’uso del condom da parte del partner che ha l’Hiv/Aids in modo da non diffonderlo. Ma, ancora, dalla nostra parte del mondo anche l’uso del condom a volte è rischioso. Rischioso nel senso che avremo casi di condom che si rompono durante l’atto sessuale, e sono loro stessi che ce ne vengono a parlare, altrimenti non lo avremmo saputo nei nostri ospedali. Perciò, se avessimo a disposizione condom di qualità massima, nessuno probabilmente ne parlerebbe (con) incertezza, ma così non è”. “Sostanzialmente io spero che l’ammontare delle risorse utilizzate per produrre preservativi, se fossero spese per sostenere gli anti-retrovirali. Saremmo più felici in Africa per la disponibilità di anti-retrovirali. Le risorse servono a produrre condom per il nostro uso. Se mai me lo chiedessero, io probabilmente direi: usiamo quelle risorse per sostenere la produzione degli anti-retrovirali in modo che siano disponibili alle persone. In questo momento non molti hanno accesso a causa dei costi. Se si hanno i mezzi per abbassare i costi – conclude Turkson – è probabilmente il grande favore che possiamo fare alle persone che soffrono di Hiv/Aids”.

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