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Spalla: terapie a confronto – fisioterapia contro onde d’urto

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MILANO – È un po’ di tempo che, davanti a un dolore alla spalla che non passa con le medicine, molti ortopedici propongono una terapia d’urto: con le stesse onde con cui si frammentano i calcoli renali si possono sgretolare le calcificazioni che rendono doloroso il movimento e stimolare i tessuti dell’articolazione a rigenerarsi. I vantaggi di questo metodo, tra l’altro piuttosto doloroso, sono stati messi in dubbio da una ricerca, secondo la quale, in questi casi, la fisioterapia ottiene migliori risultati.

IL DISTURBO – Un gruppo di ricercatori norvegesi ha infatti messo a confronto i due approcci terapeutici su un centinaio di pazienti con un dolore alla spalla che durava da almeno tre mesi. Una volta si parlava di periartrite di spalla, oggi si preferisce chiamarla «sindrome da conflitto subacromiale». Il dolore deriva dal fatto che si restringe lo spazio compreso tra la sporgenza della scapola, l’acromion appunto, e la testa dell’omero, l’osso della parte superiore del braccio. Alla fine, che la causa sia una particolare conformazione presente dalla nascita, un’artrosi o un trauma, il risultato non cambia: il tendine che ci passa in mezzo si schiaccia e fa male. Lo stesso può capitare quando è il tendine stesso a gonfiarsi perché infiammato, per esempio perché sfrega ripetutamente contro le ossa circostanti, come accade con sforzi ripetuti o molto violenti. «Infatti è una condizione molto frequente in certe categorie professionali, che fanno sforzi con il braccio alzato in alto» spiega Anna Giulia Zucchi, fisiatra presso l’Ospedale di Magenta, «come gli imbianchini o gli addetti alle imprese di pulizia. Ma si ritrova anche tra gli sportivi che fanno sforzi col braccio dall’indietro all’avanti, come i lanciatori».


LO STUDIO - «Abbiamo diviso i pazienti in due gruppi» racconta Kaia Engebretsen, fisoterapista della facoltà di medicina dell’Università di Oslo e dell’Università Ullevaal di Kirkeveien, che ha coordinato il lavoro. «Abbiamo sottoposto gli appartenenti al primo a un trattamento settimanale con onde d’urto radiali, così dette perché si irraggiano più in superficie rispetto a un altro tipo di onde, dette focalizzate, che vanno più in profondità». Queste applicazioni sulla spalla dolente sono proseguite per un mese, un mese e mezzo. L’altra metà dei pazienti ha invece ricevuto un diverso tipo di intervento: due sessioni settimanali di fisioterapia , della durata di 45 minuti l’una, proseguite per un periodo variabile ma che in alcuni casi si è prolungato fino a tre mesi.

I RISULTATI - Per non rischiare di influenzare i risultati, gli studiosi norvegesi hanno affidato la valutazione dei pazienti alla fine del trattamento a medici che non sapevano a quale tipo di cura il malato che stavano visitando fosse stato sottoposto: a loro è stato solo chiesto di valutare l’entità del dolore riferito ancora dal paziente e le limitazioni che ancora il disturbo poneva alle sue normali attività quotidiane. Questo giudizio ignaro è stato decisamente a favore della fisioterapia: dopo 6, 12 e 18 settimane dalla fine della cura, il miglioramento è stato più evidente nel gruppo assegnato agli esercizi guidati e ha riguardato anche una maggior percentuale di persone. Molti di coloro che erano stati assegnati alle onde d’urto, inoltre, hanno dovuto ripetere il trattamento.

IL COMMENTO - «In questi casi però» commenta la fisiatra, «un tipo di cura non esclude l’altra: sono tutte armi efficaci a disposizione del medico, che nei singoli casi potrà optare per l’una o per l’altra soluzione. A volte le onde d’urto sono utili in una prima fase in cui il dolore è così forte che non si riesce a fare la fisioterapia; altre volte possono subentrare se la fisioterapia non ottiene risultati o potenziarne l’effetto utilizzandole entrambe contemporaneamente».

Roberta Villa

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