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SLA: allo studio meccanismo cruciale per l’ereditarieta’ della malattia

La proteina SOD1 mutata interagisce con il canale anionico dipendente dal voltaggio VDAC1 nel midollo spinale degli animali affetti da SLA, accelerando l’insorgenza della paralisi fatale
Il legame tra una proteina mutata e la patogenesi della sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è stato individuato grazie a una ricerca dell’Università della California a San Diego i cui risultati sono riportati in un articolo sulla rivista Neuron.
La SLA è una patologia neurodegenerativa che colpisce il cervello e il midollo spinale e in particolare i centri che controllano il movimento volontario, portando infine alla paralisi. Per essa non esiste una cura. Gli studi hanno dimostrato che circa il 10 per cento di tutti i casi di SLA sono di natura ereditaria e sono attribuibili alle mutazioni del gene che codifica per la proteina SOD1, anche se finora non era noto l’esatto meccanismo di azione sulla degenerazione neuronale.

“Precedenti ricerche su modelli murini e campioni di tessuto umano avevano mostrato che la SOD1 mutata è associata alla superficie esterna dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, nei tessuti colpiti ma non in quelli sani”, ha commentato Don W. Cleveland ricercatore dell’UCSD che ha coordinato la ricerca. “Inoltre, alla morte della cellula è stato collegato anche il canale anionico dipendente dal voltaggio (VDAC1), che è presente anche sulla membrana esterna dei mitocondri e controlla la comunicazione tra questi organuli e il resto della cellula”.

Partendo da questi dati, Cleveland e colleghi hanno osservato che la proteina SOD1 mutata interagisce con il VDAC1 nel midollo spinale degli animali affetti da SLA, alterandone il funzionamento.

L’inibizione del VDAC1 a sua volta determina una diminuzione della produzione di energia cellulare e porta alla formazione di di specie chimiche reattive contenenti ossigeno, dannose per la cellula. Inoltre, la ridotta attività del VDAC1 accelera l’insorgenza della paralisi fatale nei topi affetti da SLA.
“I nostri studi chiariscono un meccanismo fondamentale per la degenerazione prematura e la morte dei neuroni motori”, ha concluso Cleveland.

Il legame tra una proteina mutata e la patogenesi della sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è stato individuato grazie a una ricerca dell’Università della California a San Diego i cui risultati sono riportati in un articolo sulla rivista Neuron.
La SLA è una patologia neurodegenerativa che colpisce il cervello e il midollo spinale e in particolare i centri che controllano il movimento volontario, portando infine alla paralisi. Per essa non esiste una cura. Gli studi hanno dimostrato che circa il 10 per cento di tutti i casi di SLA sono di natura ereditaria e sono attribuibili alle mutazioni del gene che codifica per la proteina SOD1, anche se finora non era noto l’esatto meccanismo di azione sulla degenerazione neuronale.
“Precedenti ricerche su modelli murini e campioni di tessuto umano avevano mostrato che la SOD1 mutata è associata alla superficie esterna dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, nei tessuti colpiti ma non in quelli sani”, ha commentato Don W. Cleveland ricercatore dell’UCSD che ha coordinato la ricerca. “Inoltre, alla morte della cellula è stato collegato anche il canale anionico dipendente dal voltaggio (VDAC1), che è presente anche sulla membrana esterna dei mitocondri e controlla la comunicazione tra questi organuli e il resto della cellula”.
Partendo da questi dati, Cleveland e colleghi hanno osservato che la proteina SOD1 mutata interagisce con il VDAC1 nel midollo spinale degli animali affetti da SLA, alterandone il funzionamento.
L’inibizione del VDAC1 a sua volta determina una diminuzione della produzione di energia cellulare e porta alla formazione di di specie chimiche reattive contenenti ossigeno, dannose per la cellula. Inoltre, la ridotta attività del VDAC1 accelera l’insorgenza della paralisi fatale nei topi affetti da SLA.
“I nostri studi chiariscono un meccanismo fondamentale per la degenerazione prematura e la morte dei neuroni motori”, ha concluso Cleveland.

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