Dolore cronico: solo 1 medico di famiglia su 4 lo misura con regolarità. Ancora diffusa l’oppiofobia

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Un’indagine commissionata dal Centro Studi Mundipharma a Demoskopea e condotta su 200 medici di medicina generale evidenzia l’attuale atteggiamento diagnostico-terapeutico di chi rappresenta, sul territorio, la prima figura di riferimento per il paziente che soffre. Legge 38 semisconosciuta a quasi la metà dei generalisti nel Nord-Est, più informati al Sud; oppioidi poco noti a 1 clinico su 5 nel Nord-Ovest ma i più restii a prescriverli vivono nel Centro Italia. Avvertita dall’82% l’esigenza di una maggiore formazione.

Milano, 4 Ottobre 2012 – Oltre 6 medici di famiglia su 10 ritengono fondamentale un trattamento appropriato del dolore, per garantire al paziente una qualità di vita dignitosa, e dichiarano di aver cambiato il proprio atteggiamento, dopo il varo della Legge 38. Alla prova dei fatti, però, solo 1 su 4 conosce bene la normativa che ha sancito per tutti gli italiani il diritto a non soffrire. Sul fronte dei farmaci, il ricorso agli antinfiammatori non steroidei (FANS) è tuttora frequente, mentre gli oppioidi restano in molti casi un tabù. Nonostante l’aumento della sensibilità nei confronti del tema, il dolore cronico è ancora sottovalutato dal medico di medicina generale o non adeguatamente curato e monitorato.

 

Sono alcuni dei risultati che emergono da una recente indagine svolta dall’Istituto di ricerca Demoskopea per conto del Centro Studi Mundipharma, su un campione di 200 medici di famiglia di tutta Italia (al 79% uomini, di età media pari a 54 anni). Obiettivo della survey: fotografare l’approccio diagnostico-terapeutico al dolore, ma anche il livello di conoscenza della Legge 38 e gli eventuali bisogni formativi delle figure professionali deputate ad acquisire un ruolo sempre più centrale nella rete assistenziale auspicata dalla normativa.

Secondo quanto dichiarato dai clinici intervistati, 1 paziente su 3 presenta una condizione di sofferenza cronica, legata soprattutto ad artrosi (93%), mal di schiena o cervicale (93%), ernie (72%) e cefalee (67%); nel 41% dei casi, il dolore è di grado moderato, ma diventa severo per 1 malato su 5. Malgrado il 77% dei medici affermi di misurarne l’intensità durante le visite, soltanto il 26% la monitora sempre; un 23% rivela di non prendere in considerazione questo aspetto, contravvenendo così a quanto stabilisce l’art.7 della Legge, che invita a registrare regolarmente l’intensità del dolore e a verificare con costanza l’efficacia e l’adeguatezza posologica degli eventuali trattamenti antalgici in corso.

 

Ma con quali farmaci i medici di famiglia gestiscono il problema? Conoscendo bene i loro assistiti, tendono a rivendicare la propria autonomia e intervengono sui dosaggi – aumentandoli – o sui principi attivi, personalizzando le terapie, anche in presenza di prescrizioni dello specialista. Per il controllo del dolore cronico di grado moderato, il 61% degli intervistati impiega esclusivamente FANS e paracetamolo; solo un 3% ricorre agli oppioidi (deboli e forti) in monoterapia, mentre il 24% li somministra in associazione agli antinfiammatori non steroidei. Per trattare un dolore severo, si fa uso di FANS e paracetamolo nel 47% dei casi (da soli 11% o in associazione a oppiacei 36%), mediamente per periodi superiori a due mesi, con il conseguente rischio di danni gastrici e cardiovascolari; sale l’impiego di oppioidi (in monoterapia 26% o in associazione 39%) ma 4 volte su 10 si tratta di prodotti transdermici, al contrario di quanto raccomandato dalle Linee Guida, che indicano come prima scelta le formulazioni orali.

Consapevole degli effetti collaterali che gli analgesici possono generare e che influiscono sull’aderenza dei pazienti alle terapie, il 58% del campione desidererebbe disporre di farmaci meglio tollerati. Tra i disturbi che i generalisti vorrebbero eliminare: danni gastrici, nausea, stipsi e costipazione;  in particolare, il timore di una comparsa di quest’ultima scoraggia talvolta la prescrizione di oppioidi, benché oggi innovative associazioni farmacologiche consentano di risolvere il problema.

 

“Le evidenze scientifiche e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità – spiega Francesco Amato, Presidente Nazionale di FederDolore – riconoscono nei farmaci oppiacei il gold standard per la cura del dolore cronico moderato-severo; spesso, invece, questo viene trattato inappropriatamente con FANS, che andrebbero assunti non oltre i 15 giorni e invece sono impiegati per anni. Benché gli oppioidi siano molto efficaci, il loro uso protratto può essere correlato al rischio di sviluppare disfunzioni intestinali; una nuova associazione di ossicodone e naloxone a rilascio prolungato si è però dimostrata in grado di coniugare efficacia e tollerabilità, garantendo sollievo dal dolore e, contestualmente, prevenendo l’insorgenza della costipazione oppioide indotta. Lo confermano i risultati emersi dalle esperienze cliniche condotte su  migliaia di pazienti in tutta Europa”.

 

Nonostante le nuove armi terapeutiche oggi disponibili, l’88% dei clinici dichiara che gli oppioidi sono ancora sottoutilizzati e riscontra resistenze da parte dei colleghi a prescriverli nell’84% dei casi, con punte del 91% nel Centro Italia. All’origine del problema, retaggi culturali e carenze informative della classe medica. Solo il 6% dei generalisti, infatti, ammette di conoscere bene questa classe di farmaci: i meno informati risiedono nel Nord-Ovest, dove quasi 1 medico su 5 confessa di saperne poco o nulla. Nel complesso, traspare la diffusa esigenza di una maggiore formazione in proposito, avvertita dall’82% degli intervistati. A farsene carico, dovrebbero essere soprattutto strutture pubbliche, quali ASL (18%) e Ministero della Salute (8%), o case farmaceutiche (18%).

 

E per quanto concerne la Legge 38? Anche in questo caso, la situazione non muta. Solo il 25% dei medici di famiglia dichiara di conoscerla bene; il 39% la conosce soltanto in parte e il 36% ne ha semplicemente sentito parlare. Nello specifico, la maglia nera va al Nord-Est, dove i meno informati raggiungono quota 46%; più preparati i clinici del Sud, che sostengono di padroneggiarne i contenuti nel 35% dei casi. Paradossalmente, tra i principali vantaggi apportati dalla normativa, il 42% dei generalisti indica proprio la maggiore facilità di prescrizione dei medicinali a base oppiacea.

 

“Una Legge, per quanto rivoluzionaria, da sola non basta a creare la cultura del corretto approccio al dolore”, commenta Claudio Cricelli, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale. “Per ‘educare’ 48.000 medici di famiglia, dovremmo prevedere alcuni milioni di ore/uomo di formazione. Oggi un quarto dei generalisti dichiara di conoscere la Legge 38: lo ritengo un risultato miracoloso, considerando le risorse esigue che abbiamo a disposizione per informarli sui contenuti della normativa e sulle modalità di trattamento del dolore cronico, in uno scenario di spending review e di sostanziale staticità delle Regioni. Quanto abbiamo ottenuto finora, in pochissimo tempo, va nella giusta direzione ed è frutto del lavoro della Commissione Ministeriale e dell’impegno volontaristico di Società Scientifiche, Associazioni di cittadini e aziende farmaceutiche. Per proseguire nel processo di cambiamento intrapreso servono, però, ulteriori sforzi da parte di tutti: del Governo e del Ministero, affinché riservino all’obiettivo di piano maggiori risorse economiche, ma soprattutto delle Regioni, che sono le principali destinatarie e responsabili dell’attuazione della Legge e devono adoperarsi per farla realmente conoscere agli operatori sanitari”.

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