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Diabete di tipo 2, piccoli accorgimenti sulla dieta e si ridurrebbe il rischio del 20%

Al congresso internazionale dell’Ada riuniti 14 mila esperti da tutto il mondo. L’attenzione puntata sui pre-diabetici e sul regime alimentare. Il modello ideale resta la dieta mediterranea: il problema è che in Italia non si segue più.

L’aumento della frutta nella dieta è tra i consigli degli esperti
SAN FRANCISCO – La lotta al diabete 2 non può prescindere dalla dieta e dall’attività fisica. Al settantaquattresimo congresso internazionale dell’ADA, l’American Diabetes Association, in corso a San Francisco, il più grande convegno mondiale con 14.000 delegati da tutto il mondo e centinaia di sessioni scientifiche, l’attenzione è puntata non solo sui diabetici – circa 26 milioni di americani e 3 di italiani, 194 milioni di persone in tutto il mondo – ma soprattutto sui prediabetici, tutte quelle persone con un livello glicemico superiore a 100 mg/dl e inferiore a 126 che è già diabete – a rischio dunque di sviluppare la malattia.

Soltanto negli Stati Uniti sono 79 milioni e secondo l’ADA bisognerebbe sottoporre a screening tutti gli over 45 anche in assenza di sintomi, mentre la US Preventive Services Task Force suggerisce di esaminare solo chi ha la pressione elevata per evitare screening a milioni di persone.

In Italia non c’è una stima sul numero dei prediabetici. Per loro, e anche per chi ha già la malattia, sono appena usciti decine di libri di cucina, e persino la rivista ufficiale dell’ADA ha in copertina una invitante (piccola) porzione di pollo circondato da pomodori, asparagi, capperi e cipolle. Che di americano ha molto poco.

Migliorare la qualità della propria dieta – infatti – può ridurre sensibilmente il rischio di sviluppare la malattia. Sylvia Ley, giovane ricercatrice della Harvard School of Public Health, ha condotto con il suo gruppo uno studio osservazionale raccogliendo i dati di tre diversi studi americani durati più di 20 anni. Accorgendosi come, soltanto modificando la propria dieta del 10 per cento, senza aumentare l’attività fisica o ridurre il proprio peso corporeo, si otteneva una diminuzione di oltre il 20 per cento di rischio di sviluppare la malattia in soli quattro anni. “Ovviamente aggiungendo sport e attività fisica – aggiunge – i benefici possono essere certamente maggiori”.

Già, ma come modificare la dieta? Il punto di riferimento degli studiosi è stato lo Healthy Eating Index 2010, utilizzato per monitorare la dieta degli statunitensi e l’efficacia dei programmi governativi e non (come quello sponsorizzato dalla first lady Michelle Obama) sulla salute pubblica. Così la Ley e il suo gruppo hanno analizzato i consumi di bevande zuccherate, frutta e verdura, cereali integrali e non, alcolici, sale e grassi, proteine animali e latticini, disegnando la dieta ideale: più frutta e verdura, cereali, meglio integrali, meno carne rossa, grassi saturi, sale e bevande zuccherate.

Verrebbe da dire che il modello è la dieta mediterranea e non a caso i modelli alimentari statunitensi, dalla piramide governativa al Plate, ci si avvicinano moltissimo. Ma allora perché in Italia ci sono così tanti diabetici? “Perché non seguiamo più la dieta mediterranea, ecco perché – spiega Andrea Ghiselli, dirigente di ricerca del Cra-Nut, il centro di ricerca alimenti e nutrizione – . Basti pensare che oggi il 37 per cento dell’energia degli italiani proviene dai grassi e in particolare, nell’11 per cento, da grassi saturi, spia di un consumo eccessivo di prodotti animali e non vegetali, mentre diminuisce il consumo di carboidrati. Quindi meno pasta e pane e più carne e grassi. Altro che dieta mediterranea, che è un modello completo; non può essere considerata un insieme di alimenti scegliendone poi solo alcuni e per giunta in porzioni eccessive. Era un modello per i nostri nonni, che a stento raggiungevano il loro fabbisogno calorico giornaliero. Oggi noi esageriamo e certo non perché non sappiamo che cosa è meglio per la nostra salute. È una questione di consapevolezza e di scolarizzazione – aggiunge Ghiselli – . L’obesità dei bambini è inversamente correlata all’istruzione della mamma: i bambini obesi in percentuale maggiore hanno la mamma con la licenza media. Chi ha la mamma con la laurea ha meno chance di diventare obeso perché si alimenta meglio, mangiando più frutta e verdura”.

Un altro tema importante affrontato all’Ada è quello delle nuove linee guida ACC e AHA (American College of Cardiology e American Hearth Association) sul trattamento dei livelli alti di colesterolo per i malati di diabete 2. Nelle vecchie linee guida le persone con Ldl elevato (il cosiddetto colesterolo cattivo) venivano invitate a modificare la dieta e, nel caso non fosse sufficiente, era raccomandata la terapia con statine. Adesso, invece, le nuove linee guida dividono i pazienti in quattro gruppi e per tutti è raccomandato l’uso di statine: malati con patologie cardiovascolari, con livelli di colesterolo Ldl superiori a 190 mg/dl, diabetici tra 40 e 75 anni con livelli di colesterolo Ldl tra 70 e 189 mg/dl e diabetici o cardiopatici con Ldl 70-189 mg/dl con un rischio stimato di eventi cardiovascolari superiore al 7.5 per cento.

Utilizzando queste linee guida praticamente tutti i diabetici dovrebbero essere trattati con statine, ma è la cosa giusta? È quello che si chiedono gli scienziati a San Francisco dove l’Ada raccomanda ai diabetici di tenere il livello di colesterolo Ldl sotto o anche a 100 mg/dl abbassando però l’asticella a 70 nel caso di patologia cardiovascolare aggiuntiva. Utilizzando, se necessario, statine ad alto dosaggio per raggiungere l’obiettivo.

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