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Rosolia in gravidanza: il pericolo e l’inconsapevolezza.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità svelano l’inconsapevolezza diffusa tra le abitanti dello Stivale

La rosolia in gravidanza può essere molto pericolosa; fortunatamente è possibile correre preventivamente ai ripari grazie al vaccino, ma fra le donne che vivono in Italia serpeggia una forte inconsapevolezza del proprio stato immunologico. rubivirusPiù di una su 3, infatti, non sa se è protetta la virus responsabile della malattia. A svelarlo è il sistema di sorveglianza Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), iniziativa dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) avviata nel 2006 per monitorare lo stato di salute della popolazione italiana in età adulta.

Per quanto riguarda nello specifico la rosolia, tra il 2012 e il 2015 tutte le Regioni e le Province Autonome hanno raccolto i dati relativi alla vaccinazione, che dovrebbe essere somministrata a tutti i bambini nel secondo anno di vita e fra i 5-6 anni di età. “E’ prevista inoltre l’immunizzazione degli adolescenti e delle donne in età fertile ancora suscettibili – spiega l’Iss sul suo portale Epicentro – nonché di tutti gli operatori che svolgono mansioni a contatto con bambini e/o con donne in età riproduttiva”. I dati raccolti hanno dimostrato che anche se le donne non vaccinate o con rubeotest negativo (quindi non immuni alla rosolia) sono meno del 2%, ben il 37% non sa se è protetta dalla malattia, con picchi di inconsapevolezza del 62% in Calabria e situazioni più virtuose in Regioni come il Veneto, dove le donne inconsapevoli del proprio stato immunitario sono un più contenuto 28%.


“Le differenze tra Regioni sono grandi e dovrebbero suscitare una riflessione da parte dei responsabili dei servizi di prevenzione – sottolinea l’Iss sul portale Epicentro – Infatti, la mancanza di consapevolezza è di per sé un problema, perché indica una scarsa attenzione per la salute riproduttiva sia da parte delle donne direttamente interessate sia presumibilmente degli operatori sanitari, che dovrebbero informarle (invitandole a verificare il proprio stato immunitario ed eventualmente a vaccinarsi)”.

In Italia le vaccinate sono per lo più donne giovani (la copertura vaccinale massima – 57% – è stata registrata tra i 18 e i 24 anni), hanno un livello di istruzione alto (43%) e non hanno difficoltà economiche (45%).

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