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Fecondazione: in Italia ancora non c’è la cultura degli ovociti crioconservati

Per la cura della sterilità il congelamento degli ovociti non è più considerata una pratica sperimentale. L’ha promosso a pieni voti l’American Society for Reproductive Medicine (Asrm) durante il recente congresso annuale in California. Ma le italiane non vengono sufficientemente informate di questa possibilità, in particolare le pazienti oncologiche in età fertile che potrebbero beneficiarne per realizzare il desiderio di maternità. E’ quanto emerge dal “Tecnobios procreazione symposium 2012”, congresso internazionale sulla procreazione medicalmente assistita, che riunisce a Roma più di 350 studiosi da tutto il mondo.
“La letteratura – afferma Andrea Borini, presidente del congresso e della Società italiana di conservazione della fertilità ProFert – indica ormai la crioconservazione come una procedura valida per le pazienti la cui fertilità è a rischio: per la maggior parte si tratta di giovani donne che devono sottoporsi alle cure oncologiche, potenzialmente dannose per l’apparato riproduttivo”. Già da qualche anno infatti, queste pazienti possono tentare di preservare la loro fertilità attraverso un percorso di procreazione assistita.


Nel rapporto della società scientifica Usa “Mature oocyte cryopreservation: a guideline”, pubblicato su ‘Fertility and Sterility’, dopo aver analizzato i risultati di tutti gli studi sul tema, si afferma che nelle giovani pazienti il ricorso alla crioconservazione degli ovociti è in grado di produrre risultati simili alle tecniche tradizionali, in cui vengono usati ovociti non precedentemente congelati. Lo dimostrano i numeri: non sono emerse, infatti, differenze significative né per il tasso di fecondazione (74% contro 73%), né nel numero di impianti eseguiti con successo (40% contro 41%), e neppure nella quantità complessiva di gravidanze ottenute (55,4% contro 55,6%). “I risultati – sottolinea Borini – hanno fugato i dubbi di chi sospettava che le procedure di congelamento potessero inficiare la qualità dell’ovocita e, dunque, dell’intervento di procreazione assistita”. Cero, precisa l’esperto, “come avviene con gli ovociti la loro età resta comunque un fattore cruciale: anche in queste procedure la probabilità di successo cala con il passare degli anni”.
In Italia però, nonostante le alte percentuali di guarigione da alcune forme di tumori, quasi mai – rilevano gli esperti – le pazienti oncologiche in età fertile vengono sufficientemente informate dell’esistenza di queste tecniche, pure ormai consolidate. Anche se questo potrebbe rappresentare la possibilità di avere un figlio una volta guarite. Lo evidenzia una ricerca condotta da ProFert sulle informazioni a disposizione dei pazienti onco-ematologici, che ha preso in considerazione i principali centri ospedalieri italiani specializzati nella cura di leucemie e linfomi e i siti internet delle associazioni di pazienti oncologici ed ematologici.
I risultati non sono positivi: dalla visita diretta delle sale d’attesa destinate ai pazienti e ai loro familiari di quattro dei principali centri italiani di cura onco-ematologici (Milano, Bologna, Roma, Napoli) emerge una sostanziale assenza di informazioni su questo argomento. Non ci sono libretti, opuscoli o poster che indichino ai malati interessati la strada da seguire per conservare la possibilità di avere figli dopo una terapia anti-cancro. A risultare particolarmente carente è poi lo scambio di informazioni tra i reparti che affrontano i due aspetti del problema, ovvero la battaglia contro la malattia e la qualità della vita (dunque anche la riproduzione) dopo la guarigione.
La ricerca di informazioni condotta via telefono in tutti i principali centri di cura onco-ematologica conferma il dato raccolto nelle visite, così come l’indagine sui siti internet dei principali centri clinici regionali. Le associazioni di pazienti oncologici, anche quelle specifiche nel settore dei tumori del sangue, non hanno a disposizione materiale informativo sufficiente che possa indirizzare i malati verso trattamenti di preservazione della fertilità. E laddove questo è presente, è spesso male organizzato e difficilmente reperibile. L’informazione non migliora nemmeno in rete: sia nei siti degli ospedali sia in quelli delle associazioni, quando ci sono, le informazioni sulla preservazione della fertilità sono poche e poco visibili. “E’ evidente che siamo in presenza di una negazione di informazione per i malati, e non sappiamo per quale motivo”, conclude Borini mettendo a disposizione delle Istituzioni le informazioni scientifiche di ProFert per l’ideazione del materiale divulgativo.

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