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Tumori al rene: promettente la radiochirurgia stereotassica

Uno studio verifica la sicurezza e la tossicità di basse dosi di radiazioni nei pazienti inoperabili: esiti incoraggianti

MILANO – La radiochirurgia stereotassica potrebbe essere un’opzione di cura in più per i malati di carcinoma renale. Lo sostiene uno studio presentato nei giorni scorsi a Boston durante il meeting annuale dell’Associazione americana di radioterapia (Astro), i cui esiti paiono incoraggianti sebbene si tratti di una sperimentazione alle fasi iniziali, mirata a verificare la sicurezza e la tossicità di una nuova terapia. Un incontro organizzato all’Istituto Regina Elena di Roma richiama poi l’attenzione sulle tecnologie (robot e chirurgia mininvasiva) che permettono di evitare l’asportazione dell’organo colpito da tumore.
LO STUDIO – La radiochirurgia stereotassica è un trattamento non invasivo che permette di indirizzare una dose elevata di radiazioni ionizzanti direttamente sul bersaglio da colpire (con lo scopo di limitare il danno ai tessuti limitrofi e di ridurre al minimo gli effetti collaterali) e può essere un’alternativa alla chirurgia, come suggerisce la ricerca condotta dagli studiosi americani della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, nei casi in cui l’intervento non è praticabile. I ricercatori hanno sperimentato la tecnica su 20 pazienti d’età compresa fra i 58 e i 92 anni trattati con quattro diversi dosaggi per un periodo variabile fra i 2 e i 41 mesi: il trattamento è stato ben tollerato, la tossicità è stata valutata come accettabile e nel 94 per cento dei casi si è assistito a una riduzione o alla stabilizzazione del tumore. «I pazienti con un tumore del rene localizzato che non possono essere operati hanno poche possibilità di trattamento – ha spiegato Rodnej J. Ellis, autore dello studio e direttore della radioterapia al Case Medical Center Seidman Cancer Center -, ma i risultati del nostro trial (di fase I) indicano nella radiochirurgia stereotassica una soluzione promettente, sicura e senza effetti collaterali pesanti. Per ora abbiamo testato basse e moderati dosi di radiazioni, ma i prossimo passo sarà determinare il livello massimo tollerabile per verificare se, intensificando la cura, si possano ottenere risultati migliori».

CHIRURGIA CONSERVATIVA – L’incontro romano ha invece fatto il punto su robot e chirurgia mininvasiva per salvare il rene malato, valutate dopo 10 anni dal loro utilizzo. Stando alle casistiche presentate la chirurgia conservativa, che è oggi indicata in un numero sempre crescente di casi, è sempre più efficace e da sola può portare alla guarigione in quei pazienti che in cui il tumore viene diagnosticato quando è ancora di piccole dimensioni. «Numerosi studi – spiega Michele Gallucci, direttore dell’unità di urologia del Regina Elena e promotore dell’incontro – hanno messo a confronto le tecniche di asportazione totale del rene (nefrectomia) e la chirurgia conservativa, dimostrando che non c’è differenza di sopravvivenza, entrambe le tipologie di operazione raggiungono l’obiettivo: eliminare il tumore. Prima la nefrectomia era un intervento di necessità ora è invece un intervento programmato che si esegue in casi particolari. Inoltre, le persone giovani che hanno subito un’asportazione del rene sviluppano nel corso degli anni un’insufficienza renale cronica che comporta un aumento del 30 per cento del rischio cardiovascolare. Un motivo in più per optare verso una chirurgia salva-rene quando oggi abbiamo a disposizione le tecnologie adatte, che consentono anche di abbreviare i tempi di degenza ospedaliera».
Corriere.it

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