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Epatite C: si stima che quasi il 3% degli italiani ne soffre. E’ urgente una programmazione che affronti l’emergenza

aboutpharmaIstituzioni, esperti e pazienti oggi a confronto in Senato su una strategia condivisa di lotta all’HCV

 

La richiesta: un Piano strategico pluriennale per curare tutti i pazienti, migliorare la gestione della patologia e rendere l’innovazione terapeutica un investimento di salute pubblica sostenibile e profittevole nel lungo periodo 

Roma, 25 settembre 2014 – Guarire dalla malattia eradicando l’infezione si appresta a divenire un traguardo possibile per la grande maggioranza dei pazienti affetti da Epatite C. Uno scenario realizzabile, quello di cambiare la storia naturale della malattia dalla cronicità alla guarigione, grazie alle nuove terapie che si stanno rendendo disponibili a livello europeo, che prospettano un approccio del tutto innovativo alla patologia. Ma come permettere ai pazienti di accedere finalmente alle cure – costose – che stanno attendendo e rendere tali cure sostenibili per il Sistema Sanitario Nazionale? Questo il tema discusso oggi in Senato, al convegno “La lotta all’Epatite al banco di prova delle richieste dei Pazienti e dei bisogni del Sistema Salute”, promosso da AboutPharma and Medical Devices, con il patrocinio del Senato della Repubblica, del Ministero della Salute, dell’Associazione EpaC Onlus, della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE), dell’Associazione Italiana Gastroenterologi & Endoscopisti Digestivi Ospedalieri (AIGO), e con il contributo non condizionato di Bristol-Myers Squibb, che ha visto confrontarsi Istituzioni, policy-makers, comunità scientifica e Associazione pazienti.

“Dopo 25 anni dalla scoperta del virus, siamo dinanzi alla svolta epocale di sconfiggere la malattia, grazie a terapie combinate composte da farmaci antivirali ad azione diretta caratterizzati non solo da un alto profilo di efficacia, ma, anche, da una facile somministrazione orale e dalla quasi totale assenza di effetti collaterali”, ha dichiarato Maria Rendina del Comitato coordinatore dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), Gastroenterologa del Policlinico di Bari. “Questi nuovi farmaci cambieranno il volto della terapia dell’Epatite C cronica – ha aggiunto la Dr.ssa Rendina -: i pazienti potranno essere trattati più semplicemente e con una probabilità di successo molto elevata. Ciò vale in maniera particolare per alcune categorie di pazienti con importanti bisogni clinici non soddisfatti come i pazienti con malattia epatica avanzata, che abbiano recidivato o siano risultati intolleranti alle terapie correntemente in uso, pazienti co-infetti HCV-HIV, pazienti con trapianto di fegato”.

“Stiamo parlando di farmaci salva-vita, già disponibili in alcuni Paesi europei, che sono in grado di salvare la vita a migliaia di pazienti ed evitare altrettante diagnosi di tumore del fegato che – ricordiamo – in Italia sono oltre 10.000 ogni anno e per il 70% riconducibili all’Epatite C. A questo punto ogni giorno diventa prezioso e per questo motivo dai pazienti ad altissimo rischio – ma esclusi dall’utilissimo ma insufficiente programma di uso compassionevole – si stanno levando proteste e costernazione. A questi si aggiungono tanti altri pazienti che, pur non essendo a rischio immediato, sono preoccupati che la loro malattia evolva in cirrosi e complicanze di varia natura. La scienza insegna che esiste un punto di non ritorno nella malattia avanzata di fegato oltre il quale, anche se si guarisce dall’infezione, il decorso non cambia e la malattia progredisce fino alle sue nefaste conseguenze. I pazienti lo sanno e sono terrorizzati. Chi non lo sarebbe?”, ha affermato Ivan Gardini, Presidente dell’Associazione EpaC Onlus.

 

L’incontro ha sollecitato da più parti la necessità che l’attenzione da parte di tutti gli stakeholders nei confronti di una patologia di così alto impatto sociale, sanitario ed economico, si traduca nell’attuazione di una programmazione lungimirante, adeguata dal punto di vista strategico e delle risorse economiche messe a disposizione, che consenta, nel lungo periodo, di curare tutti i pazienti con Epatite C cronica, realizzando un’efficiente universalità del nostro SSN.

 

“Il problema non è solo il costo della terapia ma la corretta gestione di una patologia gravata da una lunga storia naturale e pertanto molto costosa, dove un farmaco usato al momento adeguato può diventare un risparmio per il SSN”, ha dichiarato Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Non è soltanto il costo elevato per singolo paziente a spaventare i decisori, quanto piuttosto il numero di pazienti da trattare, che si aggira tra le 300 e le 400.000 persone, cioè quelle diagnosticate, rispetto ai circa 1,3/1,5 milioni di persone infette stimate in Italia. Ciò pone la delicata questione dell’accesso all’innovazione terapeutica, che deve conciliarsi con il principio etico di curare tutti al meglio, evitando una selezione disomogenea dei pazienti da ammettere al trattamento. Proprio per garantire uniformità di trattamento, senza differenze regionali, sarebbe anche auspicabile l’adozione di un Piano diagnostico-terapeutico unico a livello nazionale e la rapida entrata in vigore del Piano Nazionale per la Lotta alle Epatiti Virali (PNLEV) che recentemente Associazioni, medici, pazienti e Ministero della Salute hanno prodotto nella versione definitiva, al fine di uniformare le cure e l’accesso ad esse in tutte le Regioni d’Italia”, ha concluso il Prof. Gasbarrini.

 

“Il percorso da intraprendere deve tener conto della gravità della situazione e operare per salvaguardare la vita dei pazienti. Abbiamo apprezzato il lavoro di AIFA finalizzato a ridurre il prezzo di acquisto dei nuovi farmaci, ma dobbiamo dare certezze ai pazienti, e comunque tutelare i diritti di quelli più a rischio, affinché nessuno debba più morire per le complicanze dell’Epatite C. Per questo motivo, abbiamo chiesto al Governo di stanziare subito le risorse economiche adeguate per curare almeno le 20/30.000 persone più urgenti a rischio vita, e parallelamente predisporre un piano pluriennale per curare tutti i pazienti con HCV nei prossimi anni a partire dal 2015 ” – ha commentato Ivan Gardini.

“Il costo del farmaco va valutato anche in termini di abbattimento dei costi correlati alla malattia, sia diretti che indiretti, inclusi anche i costi sociali. Per questo motivo è condivisibile la proposta di un piano pluriennale per trattare gradatamente tutti i malati di Epatite C, stanziando un budget adeguato dedicato alla patologia che nel medio-lungo periodo sia compensato dai benefici di riduzione dei costi sia diretti, per la cura dell’HCV e delle patologie HCV-correlate (farmaci, ospedalizzazione, specialistica, gestione del paziente, trapianti), che indiretti (perdita di produttività e morte prematura)”, ha affermato Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria e Direttore del Centro Eetha-Ceis dell’Università “Tor Vergata”. “Bisogna infatti tenere conto che le terapie combinate con i nuovi farmaci in arrivo, bloccando la progressione della malattia, e, nel 90-100% dei casi, determinando la guarigione dei malati, consentono di ottenere forti risparmi della spesa socio-sanitaria. Uno studio1 recentemente condotto dal mio gruppo di lavoro del Centro Eetha-Ceis di Tor Vergata, che ha preso in esame i soli costi diretti sanitari, realizzato per un orizzonte temporale compreso tra il 2013 e il 2030, ha infatti dimostrato che i nuovi farmaci anti-HCV potranno consentire una riduzione dell’11% del numero dei soggetti prevalenti in Italia, con un conseguente risparmio per il SSN compreso tra i 18 e i 44 milioni di euro”, ha concluso il Prof. Mennini.

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