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Parkinson: si sta valutando la Deep Brain stimulation

Impulsi elettrici inviati nelle aree del cervello deputate al controllo dei movimenti: è la Deep Brain Stimulation, meglio nota con l’acronimo di DBS, una pratica chirurgica funzionale ampiamente usata nei pazienti affetti da tempo dalla malattia di Parkinson per controllare i sintomi, a partire dal classico tremore, quando la terapia farmacologica non basta più. Ora grazie al sostegno dell’Associazione Italiana Parkinsoniani uno studio clinico condotto agli Ospedali Riuniti su 40 pazienti cercherà di capire i possibili benefici dati dall’intervento in pazienti con una diagnosi recente. La sperimentazione, che promette di avere valenza clinica internazionale, è stata presentata ieri nella Sala del Consiglio della Provincia di Bergamo in occasione della Prima Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson.

Deep Brain stimulation

Deep Brain stimulation


Oggi la DBS, che prevede l’impianto sotto la clavicola di un neurostimolatore e di elettrodi nel subtalamo del paziente, permette una sostanziale diminuzione nel dosaggio dei farmaci antiparkinsoniani con un buon controllo dei sintomi classici di questa patologia: tremore, rigidità e lentezza dei movimenti. Attualmente la maggior parte dei pazienti sottoposti a questo intervento giunge all’impianto a circa 15 anni dalla diagnosi, quando la qualità di vita è severamente compromessa e i sintomi non sono più controllati dai trattamenti farmacologici. Poco invece si sa sull’utilizzo di questa tecnica agli stadi iniziali della malattia.
“L’obiettivo di questo studio è dare una risposta a un quesito che rimane ancora irrisolto in campo scientifico – ha spiegato Marco Guido Salvi, Presidente della sezione bergamasca dell’Associazione Italiana Parkinsoniani -, perché il legame tra DBS e gli stadi precoci della malattia non è mai stato studiato, se non su campioni limitati e per periodi di tempo troppo brevi per portare a conclusioni clinicamente significative. I pochi dati emersi però fanno ben sperare, ma è necessario andare avanti con la ricerca per arrivare a nuove importanti certezze. Per questo ringrazio gli Ospedali Riuniti per aver proposto questo interessante protocollo che rappresenta una speranza per tutti i malati di Parkinson di prevenire le complicanze motorie e gli effetti collaterali delle terapie che maggiormente interferiscono con la normale vita sociale, familiare e lavorativa.”

Lo studio avrà una durata di almeno 3 anni e prevede l’arruolamento di 40 pazienti di cui 20 in fase precoce di malattia (5-7 anni dalla diagnosi) e 20 in fase tardiva (oltre i 10 anni dalla diagnosi), che accedono all’ambulatorio di Malattie Extra Piramidali degli Ospedali Riuniti, di cui è responsabile il neurologo Bruno Ferraro.
“L’obiettivo principale dello studio è confrontare il miglioramento motorio ottenuto dopo l’intervento di DBS nei due gruppi di pazienti – ha commentato Bruno Ferraro -, ma i risultati interesseranno tutte le diverse discipline coinvolte nella cura della malattia di Parkinson, dalla neurologia alla neurochirurgia, dalla psicologia alla psichiatria fino alla medicina nucleare. Molti infatti i reparti dell’ospedale coinvolti nel trial e i pazienti saranno sottoposti prima e dopo l’intervento chirurgico a valutazioni neurologiche, psicologiche, psichiatriche e ad accertamenti di medicina nucleare.”
L’impianto del neurostimolatore, destinato a diventare nient’altro che un microchip nei prossimo futuro, verrà eseguito nel reparto di Neurochirurgia degli Ospedali Riuniti, diretto da Francesco Biroli, dove ogni anno già si eseguono una media di 10 interventi di questo tipo. “Seguendo precise coordinate matematiche, posizioniamo un elettrodo di piccole dimensioni all’interno del cranio che viene collegato ad un generatore di impulsi elettrici che inseriamo sottopelle nella zona sotto la clavicola – ha spiegato Roberto Donati, neurochirurgo che esegue gli interventi di DBS agli Ospedali Riuniti -. E’ un intervento complesso che dura in media 8 ore, ma i risultati sono molto buoni perché la stimolazione cerebrale profonda del nucleo subtalamico del cervello consente l’interruzione di alcune trasmissioni neurofisiologiche e quindi il miglioramento della sintomatologia motoria del paziente parkinsoniano.” “Lo studio prevede anche, attraverso la valutazione neuropsicologica e psichiatrica, il confronto e il monitoraggio per un anno dell’andamento delle funzioni cognitive – come l’attenzione, la memoria, il linguaggio -, dell’assetto emotivo e della qualità di vita – ha proseguito Simonetta Spada, responsabile della Psicologia clinica degli Ospedali Riuniti -. Coinvolgeremo il paziente e i familiari in un colloquio psicologico clinico, in cui indagheremo le possibili modificazioni a carico dell’autonomia personale, delle attività quotidiane e della qualità di vita. Cercheremo di analizzare anche il funzionamento cognitivo prima e dopo l’intervento per valutare le modificazioni rispetto all’attenzione, alla percezione, alla memoria e all’abilità a sostenere la conversazione.”
Ad oggi sono 2.425 i malati di Parkinson nella provincia di Bergamo e ogni anno si registrano 450 nuovi casi, con un’incidenza maggiore rispetto all’andamento medio riportato in letteratura. Secondo recenti stime, elaborate dall’epidemiologo Alberto Zucchi dell’ASL di Bergamo, l’età media dei pazienti è in forte aumento e l’impatto epidemiologico della malattia aumenterà in maniera significativa nel giro di pochi anni con pesanti conseguenze socio-sanitarie e sulle famiglie dei malati.

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