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Tumore al seno: scoperto enzima che forma tessuto canceroso

Roma, 20 nov – Bloccare la funzionalita’ dell’enzima LOX (lysyl oxidase) per ridurre la grandezza e inibire lo sviluppo del tumore al seno: la scoperta arriva da uno studio realizzato dall’Institute of Cancer Research di Londra (Regno Unito) guidato da Janine Erler e pubblicato sulla rivista internazionale Cell, da cui emerge che elevati livelli di LOX sono correlati a una maggiore presenza di collagene nelle ghiandole mammarie – che rendono il tessuto piu’ rigido – e a un piu’ alto numero di tumori che invade il tessuto mammario.


Quando il team ha utilizzato un anticorpo per bloccare l’enzima, e’ stato rilevato che il collagene presente nelle ghiandole mammarie era presente in minore quantita’ ed era meno fibroso, e i tumori contenuti erano piu’ piccoli e risultavano meno aggressivi.

”L’irrigidimento del tessuto mammario controllato dagli enzimi come LOX e’ un fattore chiave nello sviluppo del cancro – conclude Erler -. Questi enzimi potrebbero essere un bersaglio promettente per farmaci futuri”.

Dalla Fondazione Veronesi

MILANO – C’è un enzima dietro alla trasformazione di tessuto mammario sia pur anormale, ma ancora benigno, in un tumore capace di crescere e diffondersi. Si chiama lisil-ossidasi (Lox) e la sua disattivazione, in modelli sperimentali animali, ha portato a una riduzione della dimensione e dell’aggressività del tumore. Secondo i ricercatori del britannico Institute of Cancer Research, che ne hanno inquadrato l’importanza in un articolo sull’ultimo numero della rivista Cell, oltre a svelare meccanismi fondamentali per capire la progressione di un cancro, Lox potrebbe diventare un futuro bersaglio di terapie mirate.

LA SCOPERTA – L’enzima Lox agisce irrigidendo il collagene, una delle componenti principali del tessuto mammario, che in presenza di un tumore diventa più fibroso e più consistente. Questa particolare trasformazione della mammella malata spesso ha aiutato i medici a sospettare la presenza di un cancro, e oggi gli esperti sanno anche cosa c’è dietro. Studiando l’azione di Lox nei topi, infatti, i ricercatori hanno visto che provocava la trasformazione del collagene, rendendo il tessuto mammario più fibroso e più facilmente invaso da tumori. Inibendo l’enzima con farmaci o anticorpi questo meccanismo si è parzialmente invertito, riducendo la fibrosità della ghiandola mammaria, oltre a numero, dimensione e aggressività dei tumori presenti. Questo, secondo gli autori dello studio, spiegherebbe anche perché il tasso di tumori del seno aumenta con l’aumentare dell’età: i tessuti mammari più maturi sono più rigidi e contengono maggiori quantità di collagene anomalo.

«MECCANISMI CRUCIALI» – Da tempo gli scienziati hanno ampliato lo sguardo dalle cellule tumorali al «terreno» che le circonda, il cosiddetto microambiente tumorale. Ida Pucci-Minafra, ordinario di citologia e istologia e direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Applicazioni Cliniche (D.O.S.A.C.) dell’Università di Palermo da tempo lavora sui tessuti tumorali e sul ruolo del collagene. Così commenta il lavoro dei ricercatori anglosassoni: «È necessario l’intervento di molti fattori affinchè tumore possa evolvere in senso maligno e la lisil-ossidasi e il collagene rappresentano elementi importantissimi della progressione tumorale». In che modo? «Le cellule sono circondate da tessuto connettivo infarcito di fibre di collagene. Durante la progressione del tumore la cellula per diventare via via più maligna, deve mutare le sue caratteristiche e interagire con i tessuti adiacenti». E’ in questa fase che si innescano i meccanismi complessi che consentono al tumore di disseminarsi nell’organismo e diventare pericoloso. «Il tessuto normale viene degradato per permettere alle cellule tumorali di penetrare e farsi spazio – prosegue l’esperta -. Un tempo si credeva che l’aumento di collagene osservato nei tumori fosse una barriera di difesa. Al contrario, il mio gruppo, già una ventina d’anni fa, aveva individuato un tipo di collagene chiamato onco-fetale che svolgeva invece un ruolo funzionale alla disseminazione tumorale. In sua presenza, le cellule tumorali proliferano di più e hanno un’attività migratoria più intensa». Quali vantaggi potranno portare porteranno queste scoperte alla cura dei tumori? «Ci vorrà tempo prima di poter pensare ad applicazioni terapeutiche – risponde Ida Pucci – ma conoscere queste interazioni complesse nei tessuti colpiti da tumore ci permette già ora di capire meglio la malattia nei diversi pazienti e un giorno potremo prevedere, per ciascun individuo, l’aggressività del tumore e anche la risposta alle cure».

Donatella Barus (Fondazione Veronesi)
20 novembre 2009

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