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Un gene alla regia del vivere sani, lucidi e a lungo

Due in uno. Il gene CETP, già noto per garantire la longevità, è stato scoperto essere in grado anche di proteggere dall’Alzheimer: la scoperta, messa a punto dai ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University di New York guidati da Amy Sanders e pubblicata sul Journal of the American Medical Association, mette in evidenza che chi ha nel proprio corredo genetico almeno una copia del gene ha maggiori possibilità di vivere più a lungo e con più lucidità mentale. Farmaci che imitano gli effetti del gene sono attualmente in fase di sviluppo, spiegano i ricercatori, e potrebbero dar vita a una nuova terapia contro la malattia di Alzheimer.
“La maggior parte degli studi genetici sulla malattia di Alzheimer si è concentrata, fino a oggi, sui fattori che aumentano il pericolo di incorrere nella malattia – spiega Richard Lipton, principale autore della ricerca -. Noi, invece, abbiamo voluto invertire questo approccio, concentrandoci su quegli elementi che proteggono dalle malattie legate all’età, tra cui le demenze senili e il morbo d’Alzheimer”. E così i ricercatori sono arrivati al gene CETP, da loro stessi scoperto 6 anni fa in quanto “gene della longevità”, intuendo che alcune varianti specifiche del gene possono essere associate a un minor declino cerebrale.

Gli studiosi hanno esaminato i dati dell’Einstein Aging Study, un progetto che ha seguito i residenti della popolazione multietnica del Bronx, a New York, per 25 anni. All’inizio dello studio i 523 partecipanti, che avevano dai 70 anni in su, erano tutti cognitivamente sani. I loro campioni di sangue sono stati analizzati per determinare quale variante del gene CETP portavano nel loro corredo genetico: sono poi stati seguiti per una media di quattro anni con l’obiettivo di valutare, di anno in anno, l’eventuale tasso di declino cognitivo e l’eventuale insorgenza dell’Alzheimer.
“Dall’analisi dei dati è emerso che le persone con due copie della ‘variante longevità’ del gene CETP hanno una riduzione del 70% del rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer – conclude Sanders – rispetto a coloro che non hanno alcuna copia di questa variante del gene”.

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