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Anticonvulsivanti: troppo sospetto il loro legame con comportamento suicidario

L’ampio spettro di indicazioni e il diffuso uso in pazienti con o senza comorbilità psichiatrica fa della loro sicurezza una questione di primaria importanza

L’uso di alcuni farmaci ad azione anticonvulsivate aumenterebbe il rischio di suicidio e di morte violenta secondo uno studio condotto presso la Harvard Medical School e pubblicato sulla rivista JAMA. Gli anticonvulsivanti sono farmaci utilizzati in primo luogo per il trattamento dell’epilessia, ma fra le loro indicazioni vi sono anche il disturbo bipolare, la mania, l’emicrania e i dolori neuropatici.

“L’ampio spettro di indicazioni e l’uso diffuso degli anticonvulsivanti in pazienti con o senza comorbilità psichiatrica fa della loro sicurezza una questione di primaria importanza”, si legge nell’articolo a prima firma Elisabetta Patorno. ricercatrice italiana attualmente presso il Brigham and Women’s Hospital della Harvard Medical School. “Nel 2008, la U.S. Food and Drug Administration aveva prescritto che su questi farmaci si indicasse il richio di un aumento di pensieri e comportamenti suicidari. Ma la decisione si basava su una meta-analisi non sufficientemente ampia per investigare singoli farmaci.”

Lo studio ha identificato 827 atti suicidari (801 tentati e 26 riusciti) e ulteriori 41 morti violente per un totale di 868 episodi su 297.620 trattamenti con anticonvulsivanti. I ricercatori hanno scoperto che il rischio di atti suicidari era maggiore per gabapentin, lamotrigina, oxcarbazepina, tiagabina e valproato, rispetto al topiramato. “Le analisi che includono le morti violente hanno dato risultati simili. Gli utilizzatori di gabapentin hanno un aumento del rischio nei sottogruppi dei pazienti più giovani e più anziani, in quelli con disturbi dell’umore e con epilessia rispetto alla carbamazepina”, scrivono gli autori.

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