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Morte intrauterina: epidemia o malasanita’?

Perdere un bambino durante la gravidanza purtroppo non è un evento raro e deve essere considerato un vero e proprio lutto. In questi giorni i media si sono interessati a diversi casi di morte intrauterina avvenuti in alcuni ospedali italiani, sollevando spesso il sospetto di episodi di malasanità.
“Sembra che improvvisamente ci sia una epidemia di morti intrauterine” ha commentato la dott.ssa Claudia Ravaldi psichiatra e psicoterapeuta, fondatrice e presidente di CiaoLapo Onlus “quando la vera ragione è che normalmente nessuno ne vuole parlare. Negli ultimi 10 anni il tasso di natimortalità in Italia si è infatti assestato intorno al 3 per mille nati, una percentuale buona, rispetto ad altri paesi industrializzati, ma purtroppo stabile.” Ciò significa che nonostante il progredire della scienza e il miglioramento della assistenza di base alle donne in gravidanza, rimane una percentuale significativa di donne che perdono i loro figli nella seconda metà della gravidanza, senza alcun motivo apparente.

Aggiunge la dott.ssa Ravaldi: “Stando ai dati epidemiologici, in Italia dobbiamo aspettarci circa 2000 morti intrauterine ogni anno. Prendere atto di questo fenomeno da parte della Sanità italiana significherebbe approfondire la ricerca e la prevenzione delle cause evitabili e formare il personale sanitario alla cura medica e psicologica delle famiglie colpite”.
Non sempre quindi è una questione di malasanità. “Questi casi esistono, ma in realtà sono molto rari” spiega il dott. Alfredo Vannacci, segretario di CiaoLapo Onlus “Nella nostra esperienza di associazione che si occupa di sostegno a oltre 1000 genitori colpiti da morte perinatale, i sospetti fondati di errore medico sono poco più di una decina, e quelli realmente accertati si contano sulle dita di una mano. La malasanità ovviamente esiste e come medici siamo i primi a combatterla e denunciarla, ma non dobbiamo trascinare nel calderone mediatico eventi clinici drammatici ma purtroppo spesso imprevedibili, con conseguenze nefaste sui genitori.


Alcune delle storie che abbiamo letto sui giornali (per quanto ci è dato conoscere dai particolari riportati dalla stampa) non hanno niente di diverso dalle centinaia che ascoltiamo quotidianamente nella nostra associazione.” Conclude il dott. Vannacci: “Confondere casi di ginecologi che si picchiano in sala parto o altri che seguono procedure francamente scorrette sbagliando diagnosi o terapia, con quelli di bambini che muoiono inspiegabilmente e imprevedibilmente prima del parto in una gravidanza apparentemente fisiologica, è un grave errore mediatico, non serve a nessuno e rischia soltanto di confondere ed isolare i genitori in lutto.”
Ma non ci sono dunque cause per queste morti? “In circa un terzo dei casi” spiega la dott.ssa Ravaldi “nonostante le indagini approfondite, non sarà rilevata alcuna causa di morte, ma solo una combinazione di fattori di rischio materni, paterni o del bambino. Gli studi internazionali in particolare indicano tra i fattori di rischio materni il sovrappeso e l’obesità, il fumo di sigaretta, l’utilizzo di alcol o sostanze d’abuso, il diabete, l’età materna avanzata (sopra i 35 anni) o giovanile (sotto i 20), alcune malattie del sistema immunitario, e l’alterazione di fattori della coagulazione. Non tutti questi fattori si possono controllare, ma ciò che le madri possono fare in prima persona per prevenire questi eventi è modificare il loro stile di vita (alimentazione, alcol e fumo in particolare) ed eseguire il conteggio attivo dei movimenti fetali (dalla 28° settimana di gravidanza in poi non dovrebbero mai scendere al di sotto di 10 in una mezz’ora in cui il bambino è sveglio e solitamente attivo), rivolgendosi al ginecologo non appena i movimenti cominciano a diminuire”.
Aggiunge il dott. Vannacci “Se dal punto di vista dell’assistenza medica e della prevenzione l’Italia è messa abbastanza bene, sul piano del sostegno sociale e della assistenza psicologica la nostra situazione è invece palesemente arretrata rispetto a molti paesi europei ed extraeuropei. I dati di una nostra ricerca indicano che il 95% dei genitori colpiti ritiene che il problema in Italia sia sottovalutato (il 70% ritiene che non sia affrontato affatto) e per l’86% dei genitori il servizio pubblico affronta l’assistenza la morte endouterina in maniera inadeguata o assente.” Siamo di fronte quindi ad un problema reale di assistenza, come se esistesse un tabù culturale su questo tipo di lutto che per anni ha fatto sì che venisse semplicemente negato il problema, ignorando le conseguenze di tutto ciò sulla psiche dei genitori e dei figli successivi.
“I genitori sono spesso lasciati soli, in balia del loro dolore” dice ancora la dott.ssa Ravaldi “CiaoLapo è nata anche per questo, per colmare una grave lacuna culturale e riempire un vuoto assistenziale che ci rende fanalini di coda tra i paesi industrializzati nel supporto al lutto perinatale. Un esempio di questa lacuna culturale lo leggiamo proprio in queste settimane su molti giornali. Si passa dall’oblio alla ribalta, ignorando il vissuto esperienziale delle coppie, e i più elementari strumenti di assistenza ad una persona traumatizzata, senza chiedersi, né immaginare vagamente, cosa sia veramente importante per un genitore travolto dal lutto.” Conclude la dott.ssa: “Colludere con alcuni dei più comuni vissuti del lutto, tra cui la rabbia e la ricerca disperata di un colpevole, insinuando nella cultura popolare che sia sempre colpa di qualcuno, anche quando purtroppo, non c’è proprio nessuna colpa da attribuire, sposta, ancora una volta l’attenzione dal momento di grande dolore e di cordoglio della famiglia, ad un clamore fittizio, per i genitori del tutto inutile e dannoso.”

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