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Malattia di Fabry: la bioinformatica offre un farmaco

La terapia è ancora in fase di sperimentazione ed è efficace solo per alcune forme della malattia


Può manifestarsi in forme molto diverse sia per la gravità sia per gli organi che colpisce, provocando tra gli altri danni renali e cardiaci con possibili rischi di ictus o di infarto. Insorge durante l’infanzia, ma anche in età adulta quando, a causa della sovrapposizione dei sintomi con quelli più comuni, può essere sotto-diagnosticata. È la malattia di Fabry, una rara patologia genetica.

Ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del CMR (Icb-Cnr) insieme a colleghi degli Istituti di calcolo e reti ad alte prestazioni (Icar) e di biostrutture e bioimmagini (Ibb), sempre del del CNR e dell’Università Federico II di Napoli, propongono una nuova terapia che può essere assunta per via orale e potenzialmente più economica rispetto a quella tradizionale. La ricerca è stata pubblicata su Orphanet Journal of Rare Diseases.

“La malattia di Fabry è caratterizzata dalla mancanza o dalla scarsa attività dell’enzima alfa-galattosidasi lisosomiale” spiega Giuseppina Andreotti, dell’Icb-Cnr. “I sintomi possono essere vari: i più frequenti ed evidenti sono crisi dolorose e acro parestesie permanenti (mani e piedi si addormentano) e angiocheratoma (una forma di massa tumorale di carattere benigno, che si diffonde nella cute). A oggi l’unica possibilità di cura è la somministrazione dell’enzima deficitario prodotto mediante biotecnologia, una terapia purtroppo ancora costosa che prevede frequenti infusioni per via endovenosa”.

La nuova terapia è uno “chaperone farmacologico”, cioè un farmaco capace di migliorare la stabilità e la maturazione dell’enzima mutato, che può essere assunto per via orale e potenzialmente più economico rispetto alla terapia tradizionale.

“Abbiamo cercato di selezionare le forme mutate dell’enzima che rispondono allo ‘chaperone famacologico’”, prosegue Mario Guarracino, ricercatore Icar-Cnr. “E con l’aiuto degli strumenti matematici è stato messo a punto un metodo per predire la rispondenza di tali mutazioni”. Lo studio prevede una simulazione della proteina al computer “per valutarne stabilità e grado di conservazione dell’amminoacido presente nella forma normale della proteina”, spiega ancora Andreotti. “Sulla base di queste considerazioni, cerchiamo poi di predire se la proteina indebolita da una particolare mutazione possa essere stabilizzata da piccole molecole chimiche assunte per via orale dal paziente”.

La terapia è ancora in fase di sperimentazione ed è efficace solo per alcune forme della malattia. “Il nostro metodo è il primo ‘chaperone farmacologico’ proposto ed è relativamente accurato”, conclude la ricercatrice dell’Icb-Cnr, “i suoi risultati vanno però considerati solo come indicativi per aiutare i clinici a scegliere per i pazienti di Fabry la terapia più appropriata tra questa meno invasiva e la sostituzione enzimatica”.

La reale incidenza di questa malattia non è conosciuta. “Se si considerano solo le forme che si manifestano nella prima infanzia, potrebbe essere di uno su centomila, ma se si considerano quelle che si manifestano nell’adulto, l’incidenza potrebbe essere almeno 10 volte più alta”, conclude Domenico Talia, direttore dell’Icar-Cnr di Rende

 

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