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La nuova sfida della malaria da Plasmodium vivax

Considerata solitamente meno preoccupante della malaria da P. falciparum, la malaria vivax mette in realtà a rischio quasi tre miliardi di persone. Si tratta di una forma subdola, contro cui esiste un solo farmaco in grado di impedire ricadute dovute al parassita che si annida silente nel fegato anche per anni. Ma è un farmaco che nelle persone che hanno un particolare tratto genetico diventa molto tossico

Sono in calo le speranze di eradicare la malaria in tutto il mondo: è questo quanto emerge da un rapporto presentato al convegno annuale dell’American Society of Tropical Medicine and Hygiene (ASTMH) – pubblicato su “PLoS Neglected Tropical Diseases” – in cui è stata redatta per la prima volta una mappa globale della diffusione di Plasmodium vivax, un parassita che, pur non inducendo una forma della malattia altrettanto letale di Plasmodium falciparum, mette comunque a rischio la vita di chi ne è infettato, ed è molto più diffuso e difficile da individuare. Esso ha infatti la capacità unica annidarsi e nascondersi nel fegato per mesi o addirittura anni.

 

“Questa mappa ci aiuta a capire quanto sia difficile eradicare la malaria”, ha detto Peter Gething, dell’Università di Oxford, che ha diretto il Malaria Atlas Project (MAP). “E dimostra che in molte parti del mondo la malaria vivax è endemica e la trasmissione significativa. Sfortunatamente, gli strumenti per combattere questo tipo di forma della malaria sono inefficaci o inesistenti”.

Dai dati esposti al convegno emerge in effetti che la malaria vivax potrebbe essere comunque più letale di quanto finora si ritenesse, e anche la conferma che i trattamenti esistenti sono inadeguati e potenzialmente tossici per milioni di persone.

Mentre P. falciparum si concentra soprattutto in Africa, P. vivax è presente in modo molto più diffuso e si stima che 2,85 miliardi di persone siano infettate. La mappa ora elaborata evidenzia che fra i “punti caldi” per la malaria vivax vi sono parti significative dell’India e che i tassi di prevalenza sono elevati anche in aree urbane come quella di Mumbai, a dispetto del fatto che solitamente si ritenga  questa malattia endemica solo nelle zone rurali.

Alti tassi di infezione si registrano anche in Papua Nuova Guinea e in parti significative di Indonesia e Myanmar (Yangon compresa). In America, l’area di maggiore preoccupazione è la regione, grande ma scarsamente popolata, del nord del bacino Rio delle Amazzoni, ma sono interessate anche parti di Perù, Colombia e Venezuela. In America centrale, più a rischio sono Nicaragua e parti di Honduras e Guatemala. In Africa, per contro, i tassi di infezione di P. vivax sembrano essere “molto, molto bassi” con punte relative in alcune parti del Corno d’Africa e in tutto il Madagascar.

 

Gething ha osservato che nelle aree in cui P. vivax è endemica, in ogni dato momento ci sono molte persone che trasportano i parassiti solo nel fegato, dal quale emergono periodicamente per causare nuove infezioni nel sangue. Ma, ha sottolineato, questo “grande serbatoio” è difficile da quantificare con gli strumenti di monitoraggio esistenti, soprattutto perché attualmente non esiste un test semplice per rilevare i parassiti nel fegato.

 

Il problema è aggravato dalla mancanza di opzioni terapeutiche: i farmaci utilizzati per curare le infezioni da P. falciparum possono contribuire a trattare infezioni acute con P. vivax nel sangue, ma un solo farmaco, la primachina, può eliminare il parassita dal fegato e fornire una cura a lungo termine a questo tipo di malaria.

Tuttavia, ha aggiunto il ricercatore, per un crudele scherzo dell’evoluzione, alcune persone che vivono nelle zone endemiche di P. vivax sono portatrici di una condizione ereditaria a carico della glucosio6-fosfatodeidrogenasi, o G6PD, (che potrebbe essersi evoluta in risposta alle esposizioni alla malaria), che può rendere il farmaco molto tossico, a volte anche in modo fatale. Dati preliminari indicano che questa condizione è relativamente comune dpve vivax è endemica, come il Sud-Est asiatico, anche se i tassi più alti di questa mutazione genetica si trovano nell’Africa sub-sahariana. La condizione si osserva anche nelle Americhe, anche se a tassi più bassi.

 

“Speriamo che mappando la prevalenza di deficit di G6PD saremo in grado di fornire dati che possano contribuire a determinare i rischi e i vantaggi di utilizzare la primachina, che è un  farmaco importante ma potenzialmente pericoloso”, ha detto Rosalind Howes, ricercatrice responsabile del progetto.

 

Inoltre, anche quando la primachina non è tossica, il fatto che essa richieda una terapia di 14 giorni rende il farmaco poco utile per le zone in cui le persone hanno un accesso molto ridotto o pressoché nullo ai sistemi di assistenza sanitaria, come di fatto è nella maggior parte delle regioni in cui è questa malattia è endemica.

Al convegno è stato anche affrontato il problema delle precauzioni che dovrebbero prendere i turisti che si recano nelle zone a rischio malaria, osservando che i viaggiatori diretti per le regioni in cui la trasmissione di P. vivax è elevata dovrebbero prendere in considerazione l’assunzione della primachina, a meno che non siano donne in stato interessante o siano portatori del tratto genetico che può rendere il farmaco tossico.

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