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Una nanoterapia per il diabete di tipo uno

Sviluppata negli Stati Uniti una metodica di somministrazione intelligente di farmaci per combattere il diabete di tipo 1: si basa su nanoparticelle iniettabili e intelligenti, in grado di rilasciare il pricnipio attivo solo nei punti precisi in cui serve. Nei test in vitro, il dispositivo ha dimostrato una notevole capacità di proteggere il principio attivo e di concentrarlo nei siti bersaglio.

La possibilità di somministrare i farmaci solo nei punti precisi in cui servono è uno dei grandi sogni della medicina. Il ponte verso questo futuro che molti vedono come prossimo è fornito dalle nanotecnologie che, nell’enorme numero di applicazioni, consente anche di realizzare minuscole capsule in grado di veicolare i principi attivi nell’organismo, liberandoli là dove servono.

Una sfida ancora più ardua è la messa a punto di sistemi di somministrazione “intelligenti”, da utilizzare quando il sito colpito dalla patologia non è stato chiaramente individuato a priori, ma viene identificato dallo stesso veicolo terapeutico.

Un passo in avanti in questo campo di ricerca è stato compiuto ora da un gruppo del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering della Harvard University and Children’s Hospital Boston che ha sviluppato nanofarmaci intelligenti iniettabili e programmabili per arrivare fino alle cellule del pancreas.

Sebbene questa nanotecnologia necessiti di ulteriori test per essere validata e portata a livello della pratica clinica, in linea di principio potrebbe consentire di raggiungere una maggiore efficacia terapeutica nel trattamento del diabete di tipo 1, riducendo al contempo gli effetti collaterali che tuttora si registrano in questo tipo di terapie.

Il diabete di tipo 1 è una malattia in cui il sistema immunitario distrugge progressivamente le cellule beta del pancreas, deputate alla produzione di insulina. Il rischio di sviluppare questa patologia può essere previsto con un’accuratezza del 90 per cento, ma gli interventi terapeutici sistemici sono attualmente limitati dal forte rischio di effetti collaterali determinati dalle forti dosi necessarie per ottenere una risposta terapeutica adeguata.

Nel caso degli studi in vitro, è stato osservato un incremento di 200 volte nella capacità di questi nanomaterali sia di proteggere il farmaco dalla degradazione sia di concentrarlo nei siti bersaglio, ovvero le regioni del pancreas che contengono le cellule che producono insulina.

“Le conseguenze del diabete di tipo 1 sono evidenti tanto nelle condizioni di chi si trova a convivere con la malattia quanto nell’impatto sulle economie nazionali”, ha commentato Donald Ingber, che ha guidato il gruppo che firma l’articolo di resoconto apparso sulle pagine della rivista “Nano Letters”, “Coerentemente alla missione del Wyss Institute, speriamo che la nanoterapia che abbiamo sviluppato possa avere una ricaduta positiva sulle condizioni sanitarie e sulla qualità della vita dei soggetti affetti da questa malattia”.

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