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Nuovi metodi di approccio al trattamento dell’infertilita’ maschile

Sono due gli studi, condotti da altrettanti gruppi indipendenti di ricercatori, che hanno scoperto come una famiglia di proteine note con il nome di PLA2 possa avere un ruolo chiave nell’infertilità maschile.

I ricercatori giapponesi del Tokyo Metropolitan Institute of Medical Science e dall’altro lato del mondo i ricercatori francesi del Grenoble Institute of Neuroscience hanno condotto rispettivamente uno studio su modello animale per valutare i ruoli distinti e cruciali delle proteine PLA2 nella funzionalità degli spermatozoi e la relativa fertilità.
I ricercatori giapponesi coordinati dal dottor Makoto Murakami, in particolare, hanno scoperto che le proteine PLA2 III si esprimevano nella regione del testicolo dei topi, nota come epitelio prossimale epididimale e che i topi privi di queste proteine mostravano una ridotta funzionalità degli spermatozoi con conseguente infertilità. La ridotta motilità degli spermatozoi si traduceva in una ridotta capacità di fecondare l’ovulo; questo fatto pare sia dovuto a un difetto della maturazione dello spermatozoo.

Dal canto loro i ricercatori francesi coordinati dal dottor Christophe Arnoult hanno scoperto che i topi del gruppo X secernevano le proteine PLA2, note anche come MGX, che erano un componente predominante in quella che è una sorta di cappuccio che riveste la testa dello spermatozoo, conosciuto come acrosoma. Questa cappuccio infatti contiene delle sostanze in grado di penetrare attraverso la protezione che riveste l’ovulo e quindi fecondarlo.
Dagli esperimenti di fecondazione in vitro, si è scoperto che lo sperma dei topi che non presentavano l’MGX non era in grado di fecondare gli ovuli.
Un’assenza o una minore o maggiore presenza di MGX negli spermatozoi diminuiva o migliorava l’efficienza della fecondazione in vitro a seconda dei casi.
A motivo di ciò, i ricercatori concludono che queste proteine possano avere un ruolo determinante nella fertilità maschile e nella possibilità di sviluppare in futuro nuovi trattamenti per questo problema.
I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista “Journal of Clinical Investigation”.
La Stampa

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