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Il coinvolgimento degli astrociti nell’epilessia

Un ulteriore tassello al mosaico di conoscenze sull’epilessia è stato aggiunto da un nuova ricerca finanziata da Telethon e dalla Commissione europea: anche le cellule gliali denominate astrociti sono coinvolte nell’insorgenza delle scariche tipiche della patologia.

Grazie all’osservazione dell’attività di neuroni e astrociti in diversi modelli sperimentali, i ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova e Pisa e dell’Istituto neurologico Besta di Milano, sotto la guida da Giorgio Carmignoto, Gian Michele Ratto e Marco de Curtis – che firmano in proposito un articolo sulla rivista PloS Biology – hanno evidenziato come nei loci in cui hanno origine le scariche epilettiche lo stato di ipereccitabilità dei neuroni è amplificato proprio dagli astrociti tanto da tradurlo potenzialmente in una scarica epilettica.

Lo studio contribuisce così a chiarire il ruolo degli astrociti nel funzionamento del cervello, ben oltre il contributo marginale che fino poco tempo addietro veniva loro attribuito.

In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come gli astrociti contribuiscano attivamente alla nascita delle scariche epilettiche. Gli astrociti non sono cellule neuronali ma gliali, sono molto numerose nel cervello dei mammiferi, e oggi sappiamo come esse dialoghino continuamente con i neuroni.

L’eziologia dell’epilessia è estremamente eterogenea: la patologia può infatti insorgere per cause genetiche o malformazioni del cervello, e quindi congenite, o in seguito a eventi quali traumi, infezioni, ictus e tumori, e quindi da interazioni del soggetto con l’ambiente. L’unico fattore comune è, in definitiva, la ricorrenza delle crisi convulsive, frutto di una ipereccitazione diffusa e sincrona dei neuroni dovuta a un’anomalia della loro attività elettrica.
Proprio in virtù dell’impossibilità di trovare l’origine del disturbo l’unico trattamento attualmente disponibile consiste in farmaci atti a controllare le convulsioni, che altrimenti potrebbero anche mettere a rischio la sopravvivenza del paziente. Tali farmaci, tuttavia, tendono a essere inefficaci quando la patologia cronicizza. Il progredire delle conoscenze non può che indurre a un cauto ottimismo anche sul fronte terapeutico.

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