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Chirurgia meglio dei farmaci per l’Iperplasia prostatica

tessuto iperplasia prostatica benigna

In un ampio studio su soggetti affetti dalla patologia la resezione prostatica transuretrale ha dimostrato di poter garantire un maggior successo nella risoluzione dell’incontinenza

Nei casi di iperplasia prostatica benigna, l’approccio chirurgico offre maggiori garanzie di successo nella risoluzione dell’incontinenza urinaria rispetto al trattamento farmacologico: è questa la conclusione di uno studio di comunità svolto dai ricercatori della Mayo Clinic e presentato all’annuale convegno dell’American Urological Association.

L’ipertrofia prostatica benigna consiste in un aumento delle cellule della componente stromale e parenchimale della ghiandola prostastica. Una delle caratteristiche della patologia è la formazione di noduli che comprimono l’uretra determinando i cosiddetti sintomi ostruttivi, che vanno dalla difficoltà di minzione, all’intermittenza del flusso urinario fino all’incompleto svuotamento della vescica.

Per valutare le possibili risoluzioni mediche e chirurgiche del disturbo, in quest’ultimo studio sono stato considerati più di 2100 soggetti di sesso maschile uomini di età compresa tra 40 e 79 anni.

Gli studiosi hanno diviso i partecipanti in cinque diversi gruppi: il primo era il gruppo di controllo, costituito da soggetti che non hanno subito alcun trattamento, il secondo e il terzo erano gruppi di trattamento chirurgico, rispettivamente tramite resezione prostatica transuretrale e vaporizzazione laser, il quarto e il quinto erano gruppi di trattamento farmacologico. Rispettivamente mediante alfa-bloccanti e inibitori dell’alfa-reduttasi.

Dal monitoraggio della sintomatologia dopo il trattamento si è riscontrato come il miglior trattamento fosse stato la resezione prostatica, in grado di ridurre l’incontinenza da una prevalenza del 64,5 per cento prima dell’intervento al 41,9 per cento dopo di esso.

Secondo Amy Krambeck, urologo della Mayo Clinic che ha diretto lo studio: “I risultati possono essere utilizzati sia dai medici sia dai pazienti per valutare al meglio le diverse opinioni di gestione del disturbo: si tratta infatti di uno studio di comunità che ha considerato l’intera gamma di condizioni cliniche dei soggetti e i dati possono perciò essere estesi alla popolazione generale”.

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