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Seno: conferma efficacia radioterapia intraoperatoria e un farmaco veicolante

Prime conferme ufficiali sull’efficacia della radioterapia intraoperatoria, mentre un anticorpo monoclonale porta a destinazione un potentissimo chemioterapico

CHICAGO – Agevolare le cure per le pazienti con un tumore al seno concentrando molte sedute di radioterapia in un’unica sessione di trattamento di circa 30 minuti eseguita nel corso dell’intervento chirurgico. Questo l’obiettivo a cui puntava una ricerca presentata alla Conferenza dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) a Chicago e pubblicata sulla rivista Lancet. Sempre durante il convegno, poi, un altro studio ha dimostrato l’efficacia di un’innovativa forma di chemioterapia che combina un potente farmaco citotossico e un anticorpo monoclonale che gli fa da «postino», portando a destinazione le sostanze tossiche solo sulle cellule malate.

RADIOTERAPIA INTRAOPERATORIA – Una sferetta che spara raggi X direttamente nell’area della lesione, durante l’asportazione del carcinoma mammario, potrebbe rivoluzionare nel giro di pochi anni la cura, eliminando – in casi selezionati – la necessità di sottoporsi alle tradizionali tre-sei settimane di radioterapia postoperatoria effettuate per uccidere le eventuali cellule malate rimaste ed evitare la formazione di recidive. Lo sostiene il primo studio internazionale che ha confrontato la radioterapia intraoperatoria mirata (TARGIT) con quella convenzionale esterna. Condotto da Jayant Vaidya della University College London, il test era stato avviato nel 2000 e negli anni ha raccolto oltre 2.200 adesioni da 28 centri di nove Paesi diversi (tra cui l’Italia che ha partecipato dal 2004 con il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano e l’Ospedale San Giuseppe di Empoli). «Dopo la chirurgia conservativa, circa il 90 per cento delle recidive locali si ripresenta all’interno dello stesso quadrante – spiegano gli autori -. Per questo concentrare la dose radioterapia al “letto tumorale” durante l’operazione potrebbe essere un’opzione utile per un determinato gruppo di pazienti». Secondo quanto riferito dai ricercatori responsabili per le sperimentazioni avvenute al centro di Aviano, Samuele Massarut, chirurgo senologo, e Mario Roncadin, radioterapista, «il trial ha dimostrato che sul campione di donne arruolate, di età maggiore di 45 anni e con tumori non invasivi definibili a rischio medio basso di recidiva, la radioterapia intraoperatoria è efficace quanto quella convenzionale». I vantaggi di un’unica seduta intraoperatoria per le malate sono evidenti: meno stress e minori spostamenti, ma anche inferiori effetti collaterali perché i raggi così “raccolti” evitano di colpire gli organi limitrofi, come cuore, polmone ed esofago. Con un dose concentrata e localizzata, poi, la tossicità risulta minore come l’impatto estetico. Anche il Servizio sanitario nazionale ci guadagnerebbe, perché si riducono i costi e le liste d’attesa in radioterapia si accorciano.

UN FARMACO-POSTINO PER LA CHEMIO – Una «super chemio», estremamente aggressiva, portata direttamente a destinazione, cioè nelle cellule tumorali, da un anticorpo monoclonale in grado di agganciarsi al recettore senza danneggiare le cellule sane. È in sintesi il risultato che promette il nuovo farmaco T-DM1, ancora in fase di sperimentazione. In pratica si aggancia un chemioterapico potentissimo (finora inutilizzato perchè troppo tossico) a un anticorpo monoclonale, trastuzumab, che lo trasporta, come fosse un postino, fino a destinazione. Cioè al recettore delle cellule tumorali HER-2, dove la molecola si libera e comincia ad agire, attaccando così solo le cellule malate e risparmiando quelle sane. «L’idea di collegare il chemioterapico all’anticorpo monoclonale per la prima volta ha dimostrato che può funzionare con il tumore al seno. E pensiamo che il meccanismo sia replicabile anche con altri tipi di tumori» ha commentato Giorgio Mustacchi, oncologo dell’Università di Trieste.

Vera Martinella
(Fondazione Veronesi)

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