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Cirrosi biliare: ricerca italiana individua basi genetiche della malattia cronica autoimmune

Individuate le basi genetiche di una malattia cronica autoimmune del fegato, la cirrosi biliare primitiva. Lo studio italiano, pubblicato su Nature Genetics, apre la strada per la messa a punto di nuovi farmaci in grado di curare questa patologia. La ricerca arriva da uno studio multicentrico coordinato dall’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) e realizzato in collaborazione con la University of California di Davis, in cui sono stati analizzati 1.400 pazienti. Nella cirrosi biliare primitiva, che colpisce circa 400 persone su un milione, il sistema immunitario aggredisce le cellule delle vie biliari rendendo difficoltoso il drenaggio della bile dal fegato nell’intestino, e causando quindi un ristagno. «Questa malattia, seppur rara – spiega Mauro Podda, responsabile del Dipartimento di medicina interna di Humanitas -, può portare a cirrosi fino al trapianto del fegato o addirittura alla morte.

Colpisce principalmente donne fra i 50 e i 60 anni, con un rapporto femmine-maschi di 9 a 1. Attualmente si cura con un farmaco che rallenta la progressione della malattia riducendo i danni provocati dall’infiammazione delle vie biliari».

NUOVE TERAPIE – Non agendo però sulla causa, la terapia non è in grado di curare definitivamente la malattia. «Il nuovo studio – aggiunge Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas – ha invece dato luogo a una nuova prospettiva terapeutica, suggerendo per la prima volta di agire sul problema all’origine della malattia, cioè a livello del sistema immunitario». Dallo studio è infatti emerso il legame tra la malattia e alcune regioni genetiche e le nuove terapie agiranno proprio spegnendo o modulando i prodotti di questi geni: una di queste è il gene per l’inerleuchina 12. «Grazie a questa scoperta – concludono gli esperti – inizieremo a breve studi clinici in cui pazienti con cirrosi biliare primitiva assumeranno farmaci in grado di bloccare l’interleuchina 12, con l’obiettivo di interrompere la progressione della malattia».
Corriere.it

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