Alzheimer: studi italiani rivelano nuovi meccanismi degenerativi

Ad oggi non è ancora ben chiaro quali siano le cause della malattia di Alzheimer che, solo in Italia, colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età. Esistono però delle rare forme ereditarie dovute a precisi difetti genetici che vengono trasmessi da una generazione all’altra e che in genere si manifestano più precocemente rispetto a quelle sporadiche più diffuse. Pur avendo un’origine diversa, i meccanismi molecolari alla base del processo degenerativo del cervello sono gli stessi: studiare le forme genetiche ereditarie può quindi rivelarsi molto utile anche per una comprensione più generale della malattia.
“Siamo partiti dall’osservazione che con il progredire della malattia di Alzheimer i neuroni perdono progressivamente il contatto tra di loro, essenziale per la trasmissione dei segnali nervosi – spiega Marcello D’Amelio, primo autore del lavoro e attualmente ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma -. A livello strutturale questo si traduce nella perdita delle cosiddette ‘spine dendritiche’, prolungamenti del corpo della cellula nervosa che permettono il contatto, o sinapsi, con le altre cellule circostanti. Quello che non conoscevamo, però, erano i meccanismi molecolari alla base di questo fenomeno”.
I ricercatori Telethon si sono quindi concentrati su una particolare proteina, la caspasi 3, che risultava particolarmente attiva nella sinapsi al momento della comparsa dei primi deficit di memoria nel modello animale della malattia. “In questo studio dimostriamo che la caspasi 3 ha un ruolo determinante nella perdita delle spine sinaptiche da parte dei neuroni dell’ippocampo, una regione del cervello fondamentale per la memoria”, continua Cecconi.
Questo risultato apre prospettive interessanti innanzitutto dal punto di vista della diagnosi, che al momento viene fatta quando la malattia è in fase conclamata perché non esistono degli indicatori precoci che possano fare da “spie” per i medici. Ma non è tutto: questo studio potrebbe anche suggerire nuovi bersagli terapeutici per replicare nell’uomo quanto già osservato nel modello animale. “In questo senso la strada è ancora lunga – osserva Virve Cavallucci, coautrice del lavoro – ma quello che abbiamo scoperto studiando questa rara forma ereditaria della malattia potrebbe ragionevolmente applicarsi anche a quelle più diffuse”. (ASCA)