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Cardiopatia, la lotta e le placche

Alcuni ricercatori in Europa hanno scoperto che stabilizzare le placche vulnerabili come metodo di prevenzione secondaria potrebbe contribuire a eliminare almeno il 50% degli episodi coronarici.

Pubblicato sulla rivista Thrombosis and Haemostasis, l’articolo del gruppo di lavoro sull’arteriosclerosi e la biologia vascolare della Società europea di cardiologia (ESC) suggerisce che la ricerca sulle cause della rottura della placca, e sullo sviluppo di una migliore diagnostica e di cure più efficaci, dovrebbe essere intensificata.

L’articolo ha affrontato lo stato attuale delle conoscenze riguardo le placche instabili studiando il ruolo dell’infiammazione, dei fattori di crescita, delle piastrine, delle chemochine, dell’angiogenesi e del fumo. Le terapie come le cure a base di statine, anti-piastriniche e antipertensive sono state descritte nell’articolo e i ricercatori hanno valutato nuovi approcci per gestire gli episodi cardiovascolari. Hanno anche lavorato per identificare le placche instabili attraverso test genetici, biomarcatori e diagnostica per immagini.

“Abbiamo bisogno di più professionisti di medicina per capire il concetto secondo il quale lo stabilizzare le placche instabili costituisce un metodo fondamentale per prevenire eventi cardiovascolari,” spiega Seppo Ylä-Herttuala dell’Università della Finlandia orientale a Kuopio, presidente del comitato dell’articolo e autore principale. Il professor Ylä-Herttuala continua dicendo che i ricercatori hanno osservato una diminuzione degli episodi cardiovascolari durante diversi esperimenti con statine per la prevenzione secondaria. Tali episodi hanno tratto giovamento anche da terapie con piastrine.

Da parte sua, il dott. Christian Weber della Ludwig-Maximilians-University di Monaco in Germana, un membro del gruppo di lavoro, dice: “La diffusa stabilizzazione di placche vulnerabili avrebbe anche importanti implicazioni socioeconomiche che ridurrebbero drasticamente il bisogno di trattamenti invasivi.”

Gli esperti dicono che non tutte le placche sono fatte allo stesso modo: alcune placche sono forti e hanno la capacità di resistere a episodi coronarici mentre altre sono più vulnerabili e hanno la tendenza a rompersi e a provocare tali episodi. I ricercatori sottolineano che queste placche non sono necessariamente uguali a quelle che causano sintomi come l’angina.

Il dott. Weber dice che la teoria che sta dietro le placche vulnerabili è che le cellule infiammatorie che emergono da infiammazioni in corso destabilizzano la struttura della placca. “Si pensa che degradino le fibre che rendono la placca stabile, facendo salire le probabilità che la placca si rompa,” dicono i ricercatori tedeschi.

I ricercatori hanno cominciato a studiare la stabilizzazione della placca per descrivere come il numero di episodi coronari gravi potrebbe scendere quando si diminuiscono i lipidi, senza la concomitante regressione dell’arteriosclerosi coronaria osservata con l’angiografia.

L’articolo, dice il professor Ylä-Herttuala, potrebbe aiutare a guidare meglio i medici. “Questo settore può essere veramente disorientante,” osserva. “Dopo che i pazienti sono stati curati con le statine per due o tre anni, i medici di famiglia possono preoccuparsi se non vedono cambiamenti negli angiogrammi. In questi casi c’è il pericolo che possano decidere di interrompere questa cura salvavita,” aggiunge.

“Il progresso più importante che ci aiuterebbe a curare le placche vulnerabili sarebbe avere uno strumento di imaging non invasivo che ci permettesse di identificare i pazienti a rischio prima che patiscano un episodio,” dice il ricercatore finlandese.

Per quanto riguarda quello che ci riserva il futuro, l’articolo suggerisce di dedicare altra ricerca traslazionale nel campo dei biomarcatori e dell’imaging e di sviluppare nuove cure.

Il dott. Weber dice: “C’è un reale bisogno di sviluppare trattamenti specifici ai fini di stabilizzare le placche vulnerabili. Al momento abbiamo solo trattamenti il cui effetto benefico è stato scoperto per caso.”

Hanno contribuito a questo articolo anche esperti provenienti da Danimarca, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Turchia.

Per maggiori informazioni, visitare:

Società europea di cardiologia (ESC):
http://www.escardio.org/Pages/index.aspx

Thrombosis and Haemostasis:
http://www.schattauer.de/en/magazine/subject-areas/journals-a-z/thrombosis-and-haemostasis.html

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