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L’emoglobina del mammut fa comprendere meglio l’ipotermia, aprendo nuovi approcci terapeutici

Le nuove conoscenze sul trasporto dell’ossigeno anche a basse temperature potrebbero aprire la strada alla progettazione di emoderivati da utilizzare in condizioni di ipotermia.

Il sangue di mammut potrebbe consentire lo sviluppo di nuovi emoderivati per moderne procedute mediche che comprendano la diminuzione della temperatura corporea del paziente: il risultato è riportato in un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivistaBiochemistry.

Chien Ho e colleghi sono partiti da una semplice constatazione: gli antenati dei mammut si evolsero inizialmente in climi caldi, in regioni dove ora vivono gli elefanti asiatici e africani, ma migrarono verso le regioni eurasiatiche in un periodo compreso tra 1,2 e 2 milioni di anni fa, nell’Era glaciale del Pleistocene. Si adattarono così al loro nuovo ambiente, sviluppando uno spesso pelo e orecchie più piccole, due cambiamenti anatomici che consentivano di conservare meglio il calore corporeo.

In una precedente ricerca, Ho e colleghi hanno scoperto che l’emoglobina, la proteina contenuta nel sangue responsabile del trasporto dell’ossigeno dai polmoni al resto dell’organismo, è, nel caso del mammut, portatrice di mutazioni del DNA che la rendono differente da quella posseduta dall’elefante asiatico.

Gli studiosi sono così andati alla ricerca delle mutazioni che permisero all’antico pachiderma di sopravvivere a temperature estremamente basse, analizzando in particolare l’emoglobina dell’animale estinto. In mancanza di un campione di sangue di mammut, hanno prodotto artificialmente l’emoglobina utilizzando frammenti di sequenze di DNA di tre esemplari morti in Siberia tra 25.000 e 43.000 anni fa.

Il confronto con l’emoglobina dell’elefante asiatico e dell’uomo ha mostrato che la proteina prodotta dal mammut era molto meno sensibile alle variazioni di temperatura e quindi in grado di portare facilmente l’ossigeno di cui hanno bisogno i tessuti anche con il freddo, superando quindi una fondamentale limitazione delle altre due.

Queste nuove informazioni, sottolineano gli autori, potrebbero aprire la strada alla progettazione di nuovi prodotti emoderivati da utilizzare in condizioni di ipotermia durante gli interventi chirurgici al cuore e al cervello.

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