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Alzheimer: una eccessiva attività neuronale potrebbe essere concausa

Una eccessiva attività neuronale potrebbe essere correlata allo sviluppo della malattia di Alzheimer e non viceversa
Si poteva pensare che l’eccessiva attività neuronale registrata in determinate aree del cervello fosse una diretta conseguenza della malattia di Alzheimer, invece un nuovo studio suggerisce che questo fenomeno potrebbe essere l’esatto contrario, ossia sarebbe un’eccessiva attività cerebrale a essere una possibile causa della malattia.

Lo studio che apre verso un nuovo modo di intendere e considerare l’eziologia della malattia di Alzheimer è stato pubblicato su PLoS Computational Biology ed è stato condotto dai ricercatori olandesi del VU University Medical Center di Amsterdam.
L’evidenza suggerisce che le regioni più interessate dalla malattia presentano una più alta attività neuronale. Tuttavia gli scienziati, partendo dal concetto che l’attività del cervello viene modificata nei modelli quando vi sia l’insorgenza dell’Alzheimer, hanno voluto valutare la possibilità che i danni strutturali anziché essere una conseguenza potessero essere la causa.

«Questo [fatto] implica che l’indagine dei fattori che regolano l’attività neuronale può aprire nuovi modi per individuare, chiarire e contrastare la malattia», spiega il principale autore dello studio, dottor Willem de Haan.

Nello studio, i ricercatori hanno utilizzato un modello computazionale realistico della corteccia umana. In questo modello hanno simulato un danno progressivo sinaptico alle regioni cerebrali in base al livello di attività di queste e, successivamente, ne hanno studiato l’effetto sulla restante rete.
Con questo modello gli scienziati hanno ricreato una sorta di degenerazione attività-dipendente del cervello, che non solo ha potuto offrire una spiegazione per il modello di distribuzione della patologia di Alzheimer, ma anche riprodurre una vasta gamma di fenomeni che si incontrano in reali dati neurofisiologici dei pazienti Alzheimer come, per esempio, la perdita e il rallentamento dell’attività neuronale, la perdita di comunicazione tra le aree del cervello e variazioni specifiche nell’organizzazione della rete neuronale.

Il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di osservare questi effetti su pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer in modo da valutare e, nel caso, confermare questa teoria. In questo modo si potrebbero aprire nuove vie d’indagine per comprendere meglio questa malattia e forse trovare nuove possibilità di prevenzione o cura.
La Stampa

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