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Il cervello come reagisce ad un micro-ictus

Metà degli ultrasessantenni ne ha avuto almeno uno: sono i micro-infarti cerebrali, che danno una sintomatologia leggera e transitoria, non provocano la morte immediata dei neuroni coinvolti, e hanno tempi per intervenire terapeuticamente molto più lunghi che nei casi di ictus acuto. Ma non vanno sottovalutati perché, sebbene a volte passino addirittura inosservati, i micro-ictus multipli possono favorire lo sviluppo di una demenza.microictus

L’evoluzione dei micro-ictus, insulti ischemici che interessano solo una parte estremamente piccola del tessuto cerebrale, è differente da quella che caratterizza i normali ictus acuti, e determina una lesione “incompleta”, che lascia molto più tempo, da alcuni giorni ad alcune settimane, per intervenire e tamponare i danni. A scoprirlo è un gruppo di ricercatori del Neurosurgery at the University of Rochester Medical Center, che ne riferiscono in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience”.

Lo studio è inoltre riuscito, attraverso una serie di test sul modello murino, a dare la prima dimostrazione sperimentale che i micro-ictus hanno un impatto a lunga scadenza sulle facoltà cognitive, confermando il nesso causale fra mini-ictus multipli e lo sviluppo di demenza già ipotizzato da precedenti ricerche.

All’origine degli infarti cerebrali vi è l’ostruzione di un’arteria o di un capillare che alimenta il cervello da parte di un trombo o di un embolo. I meccanismi di risposta dell’organismo sono però differenti se l’ostruzione interessa un vaso di un certo calibro o danneggia un numero limitato di neuroni.

In un infarto cerebrale acuto, non tutto il danno è provocato direttamente dall’ipossia causata dal trombo o dall’embolo che ha ostruito un vaso sanguigno; in buona parte, è dovuto alla reazione dell’organismo che cerca di isolare la regione interessata con tessuto cicatriziale, che rende difficoltosa l’ossigenazione in un’area ancora più vasta, e dall’intervento di macrofagi e altri elementi del sistema immunitario che provvedono a “sterilizzare” l’area. Questo processo è piuttosto rapido e  i neuroni coinvolti muoiono nel giro di poco tempo.

A eccezione di un ridotto numero di casi, i micro-ictus hanno invece un’evoluzione differente: “Nella maggior parte dei microinfarti la lesione non è completa”, spiega  Maiken Nedergaard, che ha diretto lo studio. “Non è presente tessuto cicatriziale che separi il sito dell’ictus dal resto del cervello, ma le cellule che normalmente supportano i neuroni potrebbero non funzionare correttamente. Come risultato, i neuroni nel sito continuano a morire lentamente, come un fuoco senza fiamma. Questo suggerisce che, a differenza di ictus ischemico acuto, dove la morte cellulare avviene nelle prime 24 ore, c’è un periodo più lungo in cui si può intervenire e fermare la morte neuronale conseguente a un micro-ictus.”

Solo in tempi molto recenti è stato possibile valutare appieno la prevalenza dei micro-ictus,in quanto le più comuni tecniche di imaging, come la risonanza magnetica, non hanno in genere una risoluzione sufficiente per rilevare queste lesioni microscopiche. Inoltre i sintomi, quelli classici dei cosiddetti TIA (attacco ischemico transitorio) –  intorpidimento, visione offuscata, difficoltà a parlare eccetera – si risolvono in breve tempo e nei casi più lievi spesso non vengono nemmeno portati all’attenzione del medico. In effetti, secondo i dati più aggiornati, il fenomeno è estremamente comune: circa il 50 per cento degli individui sopra i 60 anni avrebbe infatti sperimentato almeno un mini-ictus.

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