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Il razzismo, è localizzato in un’area specifica del cervello. Una risonanza magnetica potrebbe svelarla

La controversa tesi è di Tobias Brosch, neuropsicologo dell’università di Ginevra che per i suoi studi ha utilizzato questa tecnica molto amata dagli scienziati. Ma che ha sempre suscitato forti perplessità nella comunità scientifica.brain_scans

COME INDIVIDUARE un individuo razzista? Da una “fotografia” del suo cervello, sostiene il neuropsicologo dell’università di Ginevra Tobias Brosch. Per “fotografia” si intende una tecnica diagnostica che misura le variazioni di ossigenazione del sangue mentre siamo impegnati nelle più varie attività: la risonanza magnetica funzionale. Questo apparecchio è molto amato dai neuroscienziati perché permette di inferire quali porzioni del cervello sono attive mentre si svolge un determinato compito. E non è meno amato dai media perché permette di pubblicare titoli come “scoperta l’area del razzismo”.

Seguendo questo percorso, Brosch ha mostrato ai suoi volontari delle immagini di individui con colori della pelle differenti e ha osservato quali aree si “accendevano”, identificandole come le zone del cervello che giustificano la propensione al razzismo. “La diversa attività cerebrale – scrive su Psychological Science – registrata nell’osservazione di persone bianche o nere è nettamente più marcata nei soggetti razzisti che non nelle persone senza pregiudizi”. Nata in un laboratorio scientifico, una frase simile può rischiare di finire in tribunale. Un atto di violenza motivata da razzismo – non è escluso che sostenga un giorno un avvocato difensore – può essere causato dalla particolare conformazione del cervello dell’imputato. Alla biologia, dunque, e non al libero arbitrio, può essere imputato un delitto.

Un paradosso simile, in tribunale, si è già verificato. Nel 2008 una corte indiana condannò per omicidio una ragazza di 24 anni sulla base dei dati del suo encefalogramma. L’attività del cervello, registrata mentre alla ragazza venivano descritte le sequenze del delitto, aveva secondo i giudici confermato la sua colpevolezza. Nel 2004 l’Accademia dei radiologi americani aveva accettato la sperimentazione della risonanza magnetica come una sorta di “macchina della verità” nei tribunali.

La “scoperta dell’area del razzismo” arriva a vent’anni dall’introduzione della risonanza magnetica funzionale per scopi scientifici e coincide con la pubblicazione di un dossier in cui un gruppo di neuropsichiatri che quotidianamente fanno uso di questa tecnica cerca di fare il punto sulla situazione. Tecnica – spiega il rapporto su Perspectives on Psychological Science – che ha permesso di capire meglio come il cervello invecchia, e di cercare una strada per misurare il dolore. Ma a molte altre domande la risonanza magnetica non riesce ancora a dare una risposta.

Dopo anni in cui erano stati pubblicati studi su come il cervello riesce a svolgere due compiti insieme, quali sono gli effetti dell’agopuntura sulla percezione del dolore, perché guardare una partita ci fa battere il cuore, come mai il prurito è irresistibile, e perfino (suscitando mille controversie) come il cervello riesce a comunicare dal coma, l’anno scorso uno psicologo dell’università della California è riuscito a gelare tutti i sostenitori della risonanza magnetica con una sua scoperta.

Prima che i volontari di uno studio scientifico siano sottoposti alla tecnica, di solito nell’apparecchio vengono posti degli oggetti inanimati. Se la macchina funziona correttamente, i risultati dell’esame devono essere nulli. Ma Craig Bennett dimostrò che la risonanza magnetica, applicata a un cartoccio di salmoni comprati dal pescivendolo, in alcune circostanze è in grado di dare “segni di vita”. La scoperta, oltre a gettare il dubbio su due decenni di ricerche, fu anche premiata con l’Ig-Nobel: l’anti Nobel che ogni anno – poco prima dell’annuncio dei veri Nobel – l’università di Harvard assegna alle ricerche “che prima fanno ridere, poi fanno pensare”.
Repubblica.it

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