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I neuroni spesso vivono più a lungo del corpo che li produce

l trapianto dei precursori di alcuni tipi di neuroni da topi a ratti con una durata di vita differente ha dimostrato che queste cellule nervose possono vivere per un arco di tempo molto superiore a quello dell’organismo che li ha generati. neuroniSopravvivenza e invecchiamento neuronale sarebbero dunque processi coincidenti ma separabili, aumentando così la speranza che estendere la durata della vita di un organismo con interventi dietetici, comportamentali e farmacologici non comporti necessariamente un cervello impoverito di neuroni.

Alcuni neuroni hanno la capacità di vivere molto più a lungo di quanto possa fare l’organismo che li ha prodotti. E’ questo il sorprendente risultato a cui è giunto un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Pavia e di quella di Torino, che lo illustrano in un articolo a firma Lorenzo Magrassi, Ketty Leto e Ferdinando Rossi pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Science”.

Che l’invecchiamento di un organismo – la cui vita massima è tipica di ciascuna specie – sia o meno determinato soprattutto dall’invecchiamento cellulare è ancora oggetto di dibattito, ma è noto che in generale è legato al numero di replicazioni della cellula. Non tutte le cellule però vanno incontro a un processo di replicazione costante: i neuroni, per esempio, una volta differenziati, smettono di replicarsi e vivono per tutta la durata dell’organismo. Per questo tipo di cellule non è noto se esista una durata massima di vita e se questa sia caratteristica per le diverse specie.

Per cercare di scoprirlo, Magrassi e colleghi hanno preso in considerazione due specie ben studiate, il topo e il ratto, che hanno ritmi di invecchiamento simili, ma per cui sono disponibili ceppi la cui durata di vita è significativamente differente e appare geneticamente determinata.[one_fourth last=”no”]




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I ricercatori si sono concentrati sulle cellule di Purkinje, un tipo particolare di neuroni in cui l’invecchiamento si manifesta in modo diverso dalle altre cellule nervose. Infatti, mentre i processi di invecchiamento del sistema nervoso centrale si manifestano anzitutto con un impoverimento della connettività sinaptica, ma senza che vi sia una perdita generalizzata dei neuroni, nel topo si osserva una riduzione fino a 40 per cento delle cellule di Purkinje. Nel ratto, invece, questa riduzione si mantiene al di sotto del dieci per cento.

L’esperimento è consistito nel prelievo di precursori di cellule neurali e gliali prelevati da embrioni di un ceppo di topi a vita breve, che sono poi stati stati trapiantati nel sistema nervoso di embrioni di ratti a vita lunga. I precursori sono riusciti a integrarsi e differenziarsi nel tessuto ospite pur mantenendo le caratteristiche morfologiche tipiche della specie di origine. Nel nuovo ambiente, però, i neuroni trapiantati non sono morti nell’arco di tempo corrispondente alla durata di vita massima del donatore, 26 mesi, ma sono sopravvissuti per tutta la vita del ratto ricevente, pari a 36 mesi.

L’allungamento della durata delle cellule di Purkinje così osservato è superiore all’allungamento di vita che si può ottenere attraverso una rigida restrizione calorica, la somministrazione di farmaci e anche con la maggior parte delle manipolazioni genetiche. Questo risultato, osservano Magrassi e colleghi, suggerisce che la durata della vita dei neuroni trapiantati non sia stata dettata dal background genetico murino, ma dal microambiente trovato nel nuovo tessuto di ratto.

“I nostri risultati – concludono i ricercatori – suggeriscono che la sopravvivenza e l’invecchiamento neuronale siano processi coincidenti ma separabili, aumentando così la nostra speranza che l’estensione della durata della vita di un organismo attraverso interventi dietetici, comportamentali e farmacologici non si traduca necessariamente in un cervello impoverito di neuroni.”

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