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Parkinson: infiammazione di una parte della corteccia cerebrale esaspera i sintomi


Un’infiammazione che interessi il liquido che circonda la corteccia cerebrale può essere responsabile di sintomi gravi nella malattia di Parkinson: tra questi depressione grave, ansia, estremo affaticamento e declino cognitivo. Invertire questa infiammazione potrebbe essere una soluzione nel controllo della malattia e della sua progressione

Una speranza nel controllo dei più gravi sintomi nella malattia di Parkinson e per fermarne la progressione potrebbe arrivare dalla riduzione dell’infiammazione del liquido che circonda corteccia cerebrale – così come scoperto dai ricercatori del Michigan State University’s College of Human Medicine, in collaborazione con l’Università di Lund, in Svezia, Skåne University Hospital in Svezia e la Mayo Clinic College of Medicine in Florida.Parkinsons-brain-final

La dottoressa Lena Brundin e colleghi hanno misurato i marcatori infiammatori presenti nei campioni di liquido cerebrospinale prelevato da 87 pazienti affetti dalla malattia di Parkinson e, come raffronto, da 37 pazienti sani facenti parte del gruppo di controllo.
«Il grado di neuroinfiammazione era significativamente associato con la depressione, l’affaticamento e il deterioramento cognitivo più gravi, anche dopo l’aggiustamento per fattori quali l’età, il sesso e la durata di malattie– spiega Brundin, professore associato presso il CHM e ricercatrice del Van Andel Institute – Studiando le associazioni tra i marcatori infiammatori e sintomi non motori speriamo di ottenere un quadro più chiaro di quest’area, che a sua volta potrebbe portare a nuove opzioni di trattamento».

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Brain Behavior, and Immunity e dimostrano come fosse fondato il sospetto che l’infiammazione al cervello sia coinvolta nello sviluppo della malattia di Parkinson e nell’insorgere in particolare di sintomi non motori come la depressione, l’affaticamento e il deterioramento cognitivo.
Agire dunque sull’infiammazione può essere una strategia per rallentare la progressione della malattia. Non a caso, recenti ricerche suggeriscono inoltre che l’infiammazione potrebbe portare alla morte cellulare cerebrale.

«I pochi studi precedenti che hanno indagato sui marker infiammatori – sottolinea Brundin – sono stati condotti sul liquido cerebrospinale di pazienti con Parkinson, in un numero relativamente piccolo di soggetti, e spesso senza un gruppo sano di controllo come confronto».
In questo nuovo studio, i partecipanti sono stati sottoposti a un esame fisico generale e screening del sangue di routine. Dei campioni prelevati, i ricercatori hanno esaminato i seguenti marcatori: proteina C-reattiva, l’interleuchina-6, il fattore di necrosi tumorale-alfa (TNFa), l’eotassina, l’interferone gamma indotto da proteine-10, la proteina chemiotattica dei monociti-1 (MCP-1) e le proteine infiammatorie 1 dei macrofagi.

L’analisi ha così permesso di trovare il nesso tra l’infiammazione cerebrale e i sintomi non motori nella malattia di Parkinson.
Si attendono ora nuovi sviluppi per lo sviluppo di farmaci mirati alla riduzione di questa infiammazione che possano così rendere possibile controllare la malattia e la sua progressione.

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