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Tutti i virus che possono colpire i mammiferi: sono circa 320 mila


Sarebbero circa 320.000 i virus in grado di colpire i mammiferi. Il numero, ottenuto per la prima volta da una stima statistica, è molto più basso di quanto si pensasse, ma per identificarli tutti e capire che cosa controlla la loro diversità e la loro deriva patogenetica servirebbe un investimento di alcuni miliardi di dollari. Ma potrebbe valerne la pena, considerando i costi sanitari e sociali delle pandemie: la sola SARS ha avuto un impatto economico di circa 16 miliardi di dollari

adenovirus

adenovirus

Sarebbero almeno 320.000 i virus potenzialmente in grado di colpire i mammiferi, gran parte dei quali ancora da scoprire. Il numero è decisamente inferiore a quello finora ritenuto realistico dai biologi. “I virus sconosciuti non sono milioni, ma poche centinaia di migliaia” ha infatti commentato Peter Daszak, della EcoHealth Alliance, uno degli autori della ricerca che ha permesso di arrivare a questa conclusione, “e grazie alla tecnologia che possediamo è possibile che nel corso della mia vita scopriremo l’identità di ogni virus oggi sconosciuto presente sul pianeta”. Lo studio è stato pubblicato online su “mBio”, la rivista della American Academy of Microbiology.

Più di tre quarti delle malattie infettive emergenti che potrebbero causare pandemie- dalla SARS al West Nile virus, dall’HIV/AIDS a Ebola fino all’influenza aviaria – provengono da “serbatoi” costituiti dalla fauna selvatica. Tuttavia, ha continuato Daszak, “per decenni , abbiamo affrontato la minaccia di future pandemie senza sapere quanti virus sono in agguato nell’ambiente in attesa di emergere.”

“Storicamente, il nostro intero approccio alla scoperta di nuovi virus è stato del tutto casuale”, ha aggiunto Simon Anthony, del Center for Infection and Immunity (CII) alla Columbia University, che ha diretto la ricerca, mentre “è necessario un approccio più sistematico e multidisciplinare per capire che cosa guida e controlla la diversità virale e quindi permette ai virus di emergere come agenti patogeni”.

Proprio per cercare di colmare questa lacuna, Anthony e colleghi hanno raccolto 1897 campioni biologici da esemplari selvatici di una specie di pipistrello, la volpe volante del Bangladesh (Pteropus giganteus), nota per essere stata la fonte di svariati focolai virali e in particolare del virus Nipah. Da questi campioni, sfruttando la PCR (reazione a catena della polimerasi), sono stati in grado di identificare 55 virus di nove differenti famiglie virali, solo cinque erano già noti, tra cui due bocavirus umani, un adenovirus aviario, un beta-coronavirus umano/bovino e un gamma-coronavirus aviario.

Successivamente i ricercatori hanno adattato una tecnica statistica per stimare la presenza di altri tre virus rari dispersi??? nei campioni, raggiungendo la cifra finale di 58 tipi di virus nella volpe volante. Infine, hanno estrapolato questo valore a tutti le 5486 specie di mammiferi note, ottenendo un totale di almeno 320.000 virus.

Ovviamente, sottolineano gli autori, questa è solo una stima iniziale, su cui gravano diverse incognite: anche se i campioni utilizzati sono rappresentativi di tutte le volpi volanti dell’Asia meridionale, non tutte le specie di mammiferi ospitano un numero simile di virus, senza contare che vari di essi sono condivisi da più specie, come si è visto per i virus umani, bovini e aviari presenti nella volpe volante.

Anthony e colleghi ricercatori stanno quindi ripetendo lo studio su una specie di primate del Bangladesh, così da controllare se la sua diversità virale è paragonabile a quella della volpe volante, e su sei specie di pipistrelli del Messico, per determinare la misura in cui condividono i virus.

Per identificare tutti i 320.000 virus dei mammiferi, stimano i ricercatori, servirebbero circa 6,3 miliardi di dollari, un costo che però, limitando le ricerche all’85 per cento della diversità virale stimata, scenderebbe a 1,4 miliardi di dollari. La cifra è notevole ma va paragonata al costo delle pandemie: “L’impatto economico della pandemiadi  SARS – ha osservato Anthony – è calcolato in 16 miliardi di dollari”. Se avessimo una mappa della biodiversità virale sarebbe possibile realizzare strumenti di monitoraggio migliori e test diagnostici più rapidi, riducendo significativamente la diffusione, e quindi i costi, di analoghi eventi pandemici.

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