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FIBRILLAZIONE ATRIALE ED ICTUS: IN CAMPANIA 70.000 PERSONE A RISCHIO. A BENEVENTO INCONTRI PER DISCUTERE SUL TEMA

fibrillazione_atrialeBenevento, 10 marzo 2014 – E’ ormai dimostrato che la Fibrillazione Atriale è causa del 15% di tutti gli ictus cardioembolici. Ciò significa che in Italia dei 200.000 casi di ictus stimati all’anno, 30.000 sono determinati da questa frequente anomalia del ritmo cardiaco, la cui prevalenza è stimata intorno all’1% della popolazione (ma ben il 10% degli ultra ottantenni).

In Campania i soggetti affetti da Fibrillazione Atriale sono circa 70.000 – afferma il Prof. Marino Scherillo, Primario del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari dell’ Az. Osp. Rummo di Benevento –  dato destinato ad aumentare a causa del progressivo allungamento della vita media. In particolare a Benevento, dove nei giorni scorsi un team di specialisti si è riunito per affrontare il tema – precisa Scherillo –  si stima che circa il 5% della popolazione risulti a rischio”.

 

Per esercitare misure preventive adeguate, l’elemento cruciale diventa l’applicazione di un efficace regime terapeutico, attraverso una terapia anticoagulante. Tuttavia in Italia si registra un sottotrattamento dei pazienti affetti da Fibrillazione Atriale, dovuto principalmente ai limiti della profilassi farmacologica finora utilizzata (antagonisti della vitamina K), che presenta alcune difficoltà di gestione come la necessità di frequenti controlli ematologici per l’aggiustamento del dosaggio, data l’alta variabilità di risposta inter-individuale.

Da pochi mesi, però, anche l’Italia può contare su una nuova classi di farmaci, i nuovi anticoagulanti orali, più maneggevoli e sicuri, in grado di venire incontro alle esigenze di medici e pazienti.

“Secondo recenti dati solo il 35% dei pazienti affetti da Fibrillazione Atriale è in terapia anticoagulante con gli antagonisti della vitamina k – sostiene il Prof. Marino Scherillo – Percentuale che in Campania scende ulteriormente al 28%”. Non solo, ma anche tra chi è sottoposto a profilassi con i farmaci tradizionali,l’aderenza alla terapia, fattore determinante nella prevenzione dell’ictus, è molto bassa – conclude il Prof. Scherillo – a causa della necessità di sottoporsi a continui monitoraggi per l’aggiustamento del dosaggio, indispensabile per mantenere il range terapeutico ottimale, per evitare emorragie, o, al contrario, formazione di trombi. Senza dimenticare, poi, un’altra criticità che riguarda l’interazione con altri farmaci o con alcuni alimenti, che ne variano l’assorbimento.”

Per tutti questi motivi, tali farmaci non vengono usati con regolarità o vengono troppo spesso abbandonati dai pazienti.

La situazione nella Regione Campania poi è ulteriormente complicata dalla distribuzione disomogenea sul territorio dei Centri Antitrombosi (Centri TAO)dove vengono effettuati i controlli ematici, per lo più afferenti ai capoluoghi di provincia come Benevento“Situazione che costringe molti pazienti ad affrontare, in alcuni casi, lunghi spostamenti per recarsi al centro TAO più vicino – precisa il Dott. Vincenzo Luciani, Presidente dell’ Ordine dei  Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Benevento –  Fortunatamente, l’area di Benevento può contare su una struttura d’eccellenza per il paziente in terapia anticoagulante presso l’Azienda Ospedaliera G. Rummo, alla quale si affianca, sempre in città, una analoga struttura presso l’Ospedale San Giovanni di Dio Fatebenefratelli.”

 

Da qualche mese, lo scenario sta cambiando, grazie all’introduzione nel mercato dei Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO). Un’alternativa efficace e sicura per la prevenzione dell’ictus arriva, infatti, dai Nuovi Anticoagulanti Orali, come rivaroxaban, un inibitore diretto specifico e reversibile del fattore Xa, che non richiede il monitoraggio della coagulazione ed è l’unico NAO in monosomministrazione giornaliera, una garanzia di compliance  e aderenza alla terapia.

 

“L’aderenza alla terapia è un aspetto fondamentale – afferma il Dott. Vincenzo Luciani – ancor più se si considera il ruolo cruciale del Medico di Medicina Generale nella gestione continuativa del paziente cardiopatico e, nello specifico, del paziente scoagulato. Ruolo che – conclude Luciani – non potrà che trovare giovamento dalla maggiore maneggevolezza e praticità d’uso dei nuovi anticoagulanti orali ”.

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