Rush finale per la 2a edizione d…

Scade il prossimo 31 ot…

Vasi sanguigni funzionali da cel…

Le cellule staminali pl…

A OLBIA L’OPEN DAY “LA SALUTE DE…

Il 26 novembre screening …

Un algoritmo permettera' ad un P…

[caption id="attachment_5…

Tumore alla prostata: presto il …

Prossimi gli esiti dei pr…

Il gene TERC causa dell'invecchi…

[caption id="attachment_5…

Tumore al cervello: scoperta la …

[caption id="attachment_1…

Akitalab, un progetto indipenden…

[DAL SITO] 1° Ricerca Ita…

Alzheimer: scoperto un anticorpo…

Un nuovo studio pubblicat…

La possibilita' di un vaccino an…

[caption id="attachment_8…

«
»
TwitterFacebookPinterestGoogle+

Si chiama ReWalk, il robot che fa camminare i paraplegici

Si chiama ReWalk, circonda gli arti inferiori e consente di camminare a una velocità di 3 km/h
Robert Woo vorrebbe tornare a camminare con i tre figli al parco.


Mentre Errol Samuels, 22enne diventato paraplegico dopo essere stato schiacciato dal crollo di una terrazza, sogna di poter tornare a correre. E il suo sogno potrebbe non essere del tutto irrealizzabile. Perché già adesso Robert ed Errol, due americani costretti sulla sedie a rotelle da gravi incidenti che hanno danneggiato il midollo spinale, riescono ad alzarsi, a muoversi, a camminare e a fare le scale. Tutto questo grazie a un robot che si indossa. Si chiama ReWalk, tecnicamente è un esoscheletro, una sorta di armatura che circonda gli arti immobilizzati, permettendo grazie a quattro motori elettrici e a sofisticati sensori di movimenti di restituire il movimento a pazienti paraplegici.   “Un miracolo”, dice qualcuno vedendo Errol affrontare i corridoi del Mount Sinai Hospital di New York dove l’attrezzatura, che pesa 18 chili e permette di camminare (per ora) ad una velocità approssimativa di 3 chilometri orari, è in corso di sperimentazione.

ReWalk è sviluppato da Argo Medical Technologies, una società israeliana, ed è in attesa dell’autorizzazione della Food and Drug Administration. In Europa e in Italia è già stato utilizzato con successo in molti centri per la riabilitazione. Il suo ideatore, Amit Goffer, è un ingegnere che sognava di creare uno strumento che potesse aiutare le persone vittime di incidenti e paralisi.

Goffer è tetraplegico dal 1997 e ironia della sorte non può utilizzare direttamente la sua creazione, che ha bisogno almeno dell’uso degli arti superiori. Sono, infatti, le braccia, attraverso il movimento, a trasmettere gli impulsi che coordinano i motori elettrici. I motori guidano avanti e indietro le gambe accompagnati da un leggero ronzio meccanico. Un telecomando indossato al polso come un orologio permette poi di impostare i programmi e scegliere il tipo di movimento: camminare, sedere, alzarsi, salire i gradini. La batteria elettrica sta, invece, in uno zaino e si ricarica durante la notte.

All’inizio c’è bisogno di un terapista che segua il paziente e lo aiuti a selezionare i movimenti. Una fase di addestramento che dura poco. Secondo Allan Kozlowski, l’esperto di Medicina della riabilitazione che sta seguendo la sperimentazione, l’attrezzatura ha una curva di apprendimento simile a quella che serve per imparare ad andare in bicicletta. In tutto dalle 24 alle 70 sessioni, tre volte alla settimana, sono sufficienti a fare i progressi necessari a utilizzare il bio-robot in autonomia.

L’ingegneria robotica è una delle speranze per i pazienti con lesioni del midollo spinale. In Italia vivono circa 100.000 mielolesi. Ogni anno ci sono circa 1.200 nuovi casi di lesione midollare e almeno tre persone al giorno diventano para o tetraplegiche. Robot simili si utilizzano anche per la riabilitazione dei bambini con danni neurologici causati da ictus o da paralisi cerebrale infantile: due simili a ReWalk sono stati sviluppati e utilizzati dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù presso i Laboratori di Robotica e analisi del movimento di Palidoro e Santa Marinella. Le strade per arrivare ad una terapia medica definitiva sono, invece, tante, ma ancora lontane dal traguardo. Si chiamano staminali e biomateriali. Una ricerca italiana, condotta dal Centro di Nanomedicina e Ingegneria dei Tessuti dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda, sta applicando le nanotecnologie alla sintesi di materiali biologici che potranno un giorno permettere di riparare le microlesioni nervose che hanno interrotto la trasmissione dei segnali nervosi dal cervello agli arti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Archivi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: