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Parkinson: Il peso che oscilla: colpa dell’olfatto che non risponde correttamente

In occasione della Giornata Nazionale (29 novembre) dedicata alla patologia degenerativa, un’analisi degli ultimi studi dei ricercatori friulani. Con un intervento chirurgico si immettono nel cervello gli elettrodi che combattono i disturbi

Raramente si pensa che possa esistere una correlazione, ma le oscillazioni nel peso corporeo che si osservano nei pazienti che soffrono della malattia di Parkinson non sarebbero frutto del caso. Alcuni dimagriscono e altri ingrassano: la responsabilità di queste fluttuazioni andrebbe ricercata nelle alterazioni nella percezione del gusto e dell’olfatto che possono manifestarsi in chi ne soffre. È la conclusione sono giunti alcuni ricercatori della Sissa di Trieste, dopo aver compiuto una metanalisi della letteratura scientifica diffusa sul tema. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Appetite. 

LA MALATTIA  

Il Parkinson (di cui il 29 novembre si celebra la giornata nazionale) è una malattia neurodegenerativa, i cui sintomi tipici sono la conseguenza della morte delle cellule che sintetizzano e rilasciano la dopamina. Tali cellule si trovano nella substantia nigra, una regione del mesencefalo in cui si accumula una proteina, l’alfa-sinucleina. I neuroni coinvolti non riescono più a secernere la dopamina, un neurotrasmettitore che nel cervello compie diverse funzioni: a partire dalla regolazione del movimento volontario. Il paziente parkinsoniano è riconoscibile attraverso il tremore e la lentezza nei movimenti. Ma non è questa difficoltà motoria a innescare le marcate alterazioni del peso corporeo.

I pazienti, infatti, possono dimagrire o ingrassare a seconda dello stadio della malattia che, nelle fasi più avanzate, costringe la persona a letto e dunque rende meno frequente il consumo di pasti regolari.  

STIMOLAZIONE CEREBRALE PROFONDA  

Quel che sono riusciti a dimostrare i ricercatori friulani, invece, è la capacità di recuperare in parte la percezione dell’olfatto e del gusto attraverso la stimolazione cerebrale profonda, una terapia che riduce i sintomi della malattia. «Si tratta di un intervento chirurgico volto a posizionare all’interno del cervello, nei nuclei cerebrali prescelti, uno o più elettrodi – afferma Angelo Franzini, direttore dell’unità di neurochirurgia dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano -. Questi, come dei comuni cavi elettrici, portano la corrente e interferiscono con il funzionamento dei circuiti cerebrali ritenuti responsabili di una certa sintomatologia o di una condizione patologica. Nel caso del Parkinson gli effetti della stimolazione sono presenti anche dopo dieci anni di trattamento costante».  

 I BENEFICI DELLE NUOVE TECNICHE

I benefici, ed è qui la novità, si tradurrebbero anche in un maggiore appetito a tavola. L’ipotesi lanciata dai ricercatori è che la stimolazione faccia aumentare il piacere e la motivazione nei confronti del cibo. Depressione, disturbi cognitivi e disturbi percettivi sono gli aspetti che determinano i comportamenti alimentari. «È molto interessante capire quale ruolo potrebbe avere la capacità di provare piacere e la motivazione verso il cibo – afferma Marilena Aiello, ricercatrice del dipartimento di neuroscienze cognitive e sociali della Sissa di Trieste -. I pazienti con il Parkinson potrebbero essere agevolati da interventi che minimizzano gli effetti dei deficit e puntano a ristabilire il peso normale, per non aggravare il quadro della malattia».

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