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Tumore colon retto: bassa l’adesione agli screening

TUMORE DEL COLON RETTO: SCARSA LA CONOSCENZA DELLA PATOLOGIA E BASSA L’ADESIONE AGLI SCREENING DA PARTE DELLA MAGGIOR PARTE DEGLI ITALIANI

  • La Fondazione Cesare Serono presenta i risultati di un’indagine condotta su 1.800 italiani over 30
  • Emerge una scarsa conoscenza delle caratteristiche del tumore del colon retto e dell’importanza di sottoporsi con regolarità agli screening
  • L’indagine conferma l’errata convinzione degli italiani che la patologia sia soprattutto un tumore “maschile”
  • Numerose le lacune sui diritti del paziente oncologico e sull’assistenza garantita da parte del Servizio Sanitario Nazionale

Roma, 25 maggio 2010 – Il 93% degli italiani sa quanto sia importante adottare comportamenti di prevenzione di un tumore, ma solo uno su dieci si sottopone con regolarità ai controlli di screening necessari per prevenire un tumore del colon retto.

E’ quanto emerge dall’’indagine – promossa dalla Fondazione Cesare Serono e condotta dalla SWG su1.800 persone di età superiore ai 30 anni – relativa alla conoscenza e al vissuto degli italiani sul tumore del colon retto, terzo cancro al mondo per diffusione e seconda causa di morte in Europa. In Italia, questa neoplasia causa il decesso di circa 10.000 persone ogni anno e altri 20.000 nuovi casi vengono diagnosticati.
L’’indagine

Circa 3 italiani su 4 non hanno mai praticato alcun controllo per la prevenzione del tumore del colon retto e non ci si sottopone ai test perché si teme l’invasività e il disagio causato dagli esami (secondo il 22% tra chi non è propenso a sottoporsi ad esami di prevenzione) o, semplicemente, per paura (secondo il 21% tra chi non è propenso a sottoporsi ad esami di prevenzione).

Un elemento determinante nell’influenzare la decisione di sottoporsi ad uno screening è sicuramente il parere del medico: il 79% degli italiani si sottoporrebbe a controlli periodici per la prevenzione del tumore del colon retto se fosse il proprio dottore ad indicarne la necessità.

Se fosse invitato il 73% degli intervistati, sarebbe disponibile a partecipare ad un programma gratuito di screening ma nonostante sia fortemente aumentato il numero delle iniziative per la prevenzione di questa patologia sia a livello nazionale che a livello regionale, la maggior parte degli italiani non ne ha mai sentito parlare (il 58%), soprattutto al Sud e nelle Isole, dove il 74% delle persone ignora qualunque iniziativa.

Gli italiani riconoscono comunque il valore informativo di queste campagne: il 78% infatti le ritiene utili nel trasmettere informazioni alla popolazione, mentre il 67% le considera importanti per modificare realmente lo stile di vita e i comportamenti.

“Ci auguriamo che questa indagine contribuisca ad aumentare il grado di allerta della popolazione nei confronti di una delle neoplasie più diffuse e più gravi –ha dichiarato il Direttore Generale della Fondazione Cesare Serono, Gianfranco Conti – La scarsa attenzione degli italiani nei confronti della prevenzione impone di adottare misure adeguate ad aumentare il livello di informazione su questa patologia. In questo senso – ha concluso Conti – anche la Fondazione Cesare Serono si impegnerà a promuovere iniziative destinate a favorire una maggiore consapevolezza delle opportunità offerte da una corretta e costante prevenzione.”

La prevenzione

La maggior parte degli italiani (55%) dichiara di non conoscere o conoscere poco il tumore del colon retto, una delle patologie neoplastiche più diffuse, che si attesta al secondo posto per incidenza nelle donne e al terzo posto negli uomini. La percezione degli italiani è che si tratti di un tumore prettamente “maschile”solo il 5% ritiene che sia una patologia molto diffusa anche fra le donne. Questo dato preoccupante trova conferma anche nei dati del rapporto AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro) diffuso in occasione dell’ultima iniziativa per la ricerca dello scorso 9 maggio, durante la quale è stato sottolineato come l’incidenza di alcuni tumori, considerati in precedenza maschili, stia aumentando notevolmente anche nelle donne, soprattutto per il cambiamento degli stili di vita e delle abitudini alimentari.

L’indagine della Fondazione Cesare Serono ha anche evidenziato una scarsa conoscenza di alcuni sintomi della patologia: la maggior parte degli intervistati riconosce esclusivamente i sintomi più noti (tra cui, il 73% infatti cita la presenza di sangue nelle feci) mentre pochissimi altri riconoscono la stanchezza pronunciata (il 14%) e la presenza di noduli addominali palpabili (il 4%).

Secondo il Professor Paolo Marchetti, Ordinario di Oncologia Medica, Direttore UOC Oncologia Medica Ospedale Sant’Andrea e Consulente Clinico Scientifico 4a divisione di Oncologia e Oncologia Dermatologica dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata IRCCS di Roma:“la vaghezza dei sintomi, che spesso sono molto simili a quelli di altre patologie intestinali purtroppo è la causa di una diagnosi spesso tardiva e in molti casi negativa: un paziente su 4 infatti si presenta al controllo solo quando la patologia è ad uno stadio già avanzato e quando il tumore si è diffuso ad altri organi, attraverso un processo conosciuto come metastasi. Un’attenzione maggiore ai sintomi e l’adesione costante ad un programma di screening – ha concluso il Professor Marchetti – migliorerebbe sicuramente la prognosi di questo tipo di tumore.”

Tra i comportamenti da evitare per prevenire un tumore del colon retto, solo un italiano su cinque individua il fumo, la sedentarietà e l’alcool,nonostante numerosi studi, li includono tra i maggiori fattori di rischio.

La conoscenza della patologia

Sugli avanzamenti della ricerca, l’Italia è divisa in due: se per metà degli intervistati, infatti, la scienza ha compiuto enormi passi avanti, il18% degli intervistati sostiene che la scienza non abbia fatto progressi o comunque siano stati poco significativi, mentre il 32 % non assume alcuna posizione, non rispondendo alla domanda. Inoltre, nonostante i grandi progressi compiuti dalla ricerca scientifica, il tumore del colon retto è ancora considerato uno tra i meno curabili, dopo quelli al polmone e al pancreas.

Un esempio di come sia fortemente carente la consapevolezza relativa ai progressi medici, è dato dal fatto che solo due italiani su dieci conoscono le terapie personalizzate, terapie oncologiche fortemente all’avanguardia, che hanno migliorato in modo significativo i risultati nella lotta contro il cancro.

Per poter somministrare un trattamento personalizzato ad un paziente è necessario effettuare un prelievo di tessuto tumorale che verrà poi sottoposto ad analisi genetica: nonostante questo tessuto rimanga di proprietà del paziente, solo l’8% è sicuro  che il paziente venga informato di questo suo diritto.

Per raccogliere informazioni relative sulla ricerca oncologiche e le nuove terapie, gli italiani prediligono sicuramente Internet, mezzo di informazione scelto dal 69% degli intervistati, seguito dal medico di base, che viene considerato la fonte preferita dal 62%.

I progressi della scienza in oncologia

L’indagine ha anche fatto il punto sull’esperienza personale degli italiani e sul grado di consapevolezza relativo ai livelli di assistenza garantiti al paziente oncologico da parte del Sistema Sanitario Nazionale.

Il 66% degli italiani ha vissuto l’esperienza di una patologia oncologica direttamente o, indirettamente, di un amico o di un familiare. Considerando l’alta percentuale di quanti hanno avuto questa esperienza, ancora più rilevante è la grande fiducia nei confronti delle strutture pubbliche: infatti, se una persona a cui è stato diagnosticato un tumore chiedesse consiglio sulla struttura a cui rivolgersi, circa tre intervistati su quattro indicherebbero un ospedale pubblico e circa la metà consiglierebbe di spostarsi in un’altra Regione per ottenere una migliore assistenza sanitaria, qualora nella propria non esistessero adeguati centri di eccellenza o se per alcune patologie esista un centro particolarmente rinomato.

Nonostante la grande percentuale di italiani che ha vissuto un’esperienza diretta o indiretta con una patologia tumorale, sono molto pochi a conoscenza dei servizi e delle prestazioni erogate dallo Stato a favore di tutti i cittadini che si trovano in stato di bisogno: più di due su cinque, infatti, non conoscono nessuno dei diritti o dei servizi del sistema assistenziale garantiti dallo Stato, mentre un italiano su tre non sa quali siano i diritti degli ammalati nel mondo del lavoropiù di uno su quattro non conosce quali siano i diritti garantiti dal servizio sanitario per i malati di cancro.

“La scelta di dedicare un ampio spazio di questa indagine alla comprensione di come gli italiani percepiscano la qualità dell’assistenza in materia di oncologia e la recente inaugurazione del canale Oncologia sul sito Internet della Fondazione – ha spiegato ancora il Dottor Gianfranco Conti – sono un segno tangibile del nostro impegno a divulgare tutte le informazioni utili per il paziente sia in grado di far rispettare i propri diritti e di migliorare la propria qualità di vita e quella dei suoi familiari.”

Fiducia nei confronti del medico di base, ritenuta una tra le figure professionali più adeguate a fornire informazioni ai pazienti in materia di aiuti sul piano pratico, sociale e finanziario (come dichiarato dal 36% degli intervistati) e di effetti su qualità di vita, di relazioni interpersonali e sessuali (per il 31%). Il suo parere è ritenuto fondamentale anche nell’indicare il nome degli specialisti che prendono in cura i pazienti oncologici. Per quanto riguarda l’accesso alle terapie innovative, un ruolo importante è sicuramente quello del medico oncologo, citato dal 67% degli intervistati.

L’esperienza degli italiani sulle malattie oncologiche

Solo due intervistati su dieci ritengono che sia diffusa tra tutti i medici l’abitudine a: dare spiegazioni dettagliate su: accertamenti ed esami necessari in caso di un tumore; caratteristiche della patologia; effetti collaterali di un trattamento e possibilità terapeutiche con i pro e i contro.

Il 40% degli intervistati dichiara di non comprendere a fondo quello che viene loro comunicato dai medici sulla patologia, considerando il linguaggio utilizzato poco comprensibile e non adatto alle condizioni socio-culturali dell’interlocutore. Ciò dimostra che troppo spesso i pazienti considerano l’atteggiamento dei medici molto freddo e distaccato, capace a volte di acuire il forte senso di disorientamento del paziente causato dal tumore

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