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I livelli di ferro per il corretto funzionamento della sistema cardiocircolatorio e non solo

Controllare i livelli di ferro nel sangue, anche se in assenza di anemia, potrebbe rivelarsi una mossa utile per prevenire e contrastare l’insufficienza cardiaca cronica. Lo dice uno studio presentato alll’ultimo congresso dell’European Society of Cardiology (Esc) appena conclusosi a Stoccolma. Il ferro è un minerale essenziale per il funzionamento della macchina-uomo e la sua carenza patologica, l’anemia, è comunemente associata allo scompenso cardiaco con una prevalenza che va dal 20 al 70% dei casi.

Una nuova ricerca condotta dall’Università di Wroklaw in Polonia ne ha approfondito il ruolo, scoprendo che il legame tra bassi livelli del minerale nel sangue e l’affaticamento cardiaco, caratterizzato da minor disponibilità di ossigeno, potrebbe verificarsi anche “indipendentemente dall’anemia e in assenza di sintomi franchi”, come spiega uno degli autori della ricerca, Piotr Ponikowski. Verificarne i valori potrebbe tornare utile per sviluppare approcci terapeutici contro l’insufficienza cardiaca cronica, che in Italia è la prima causa di ospedalizzazione tra gli over 65.

Sull’importanza del ferro si conosce quasi o tutto. Svolge un ruolo fondamentale nell’equilibrio delle funzioni organiche, per lo sviluppo e la sopravvivenza; entra in gioco in numerosi processi, tra cui l’eritropoiesi, il trasporto e lo stoccaggio di ossigeno, negli scambi metabolici dei muscoli di scheletro e cuore, nella sintesi dei lipidi e carboidrati, nell’attività di geni e Dna. La biodisponibilità è quindi essenziale. Eppure la carenza di ferro colpisce circa un terzo della popolazione su scala mondiale ed è spesso associata, oltre alle disfunzioni cardiache, a malattie croniche come le malattie infiammatorie intestinali, il morbo di Parkinson, le malattie reumatiche e l’insufficienza renale. (ASCA)

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