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HIV: terapia di mantenimento in evoluzione

È in evoluzione la terapia dell’infezione da HIV: obiettivo ridurre la tossicità di un trattamento che deve essere proseguito per tutta la vita e liberare risorse economiche. Nonostante il numero di nuove infezioni sia in calo – si stima siano 4000 all’anno in Italia – il numero di sieropositivi è in progressivo aumento, merito dell’efficacia delle terapie disponibili.

«Le stime del Ministero della salute indicano che in Italia sono attualmente presenti tra 143.000 e 165.000 persone HIV positive viventi, di cui più di 22.000 in AIDS; tuttavia un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto” ricorda Giuliano Rizzardini, Direttore Divisione I e II Malattie Infettive, Azienda Ospedaliera Luigi Sacco di Milano.
FINORA COMBINAZIONE DI FARMACI – Finora la “regola” della terapia è stata quella di impiegare una combinazione di più farmaci in grado di garantire un effetto molto potente e di proseguirla per tutta la vita. Si sta tuttavia facendo strada l’idea che nella fase di mantenimento a lungo termine, i pazienti che hanno ottenuto una soppressione del virus e una buona ripresa delle difese immunitarie non abbiano più bisogno di essere curati con combinazioni tanto potenti che talvolta possono comportare anche effetti collaterali.

Sono stati quindi condotti studi che hanno dimostrato la possibilità di impiegare in alcuni casi solo un farmaco che sia caratterizzato da un’elevata efficacia e un basso rischio di comparsa di resistenze da parte del virus. Un approccio di questo tipo può consentire, da un lato di ridurre la tossicità a lungo termine della terapia, dall’altra di risparmiare soldi che possono essere impiegati per curare altri pazienti.

MONOTERAPIA – Per esempio per anticipare l’inizio della terapia anche alle persone con un livello di CD4 (le cellule che dirigono il funzionamento del sistema immunitario) inferiore a 500, in accordo con le più recenti linee guida. E non si tratta di un risparmio di poco conto. Il CREMS – Centro di Ricerca in Economia e Management in Sanità e nel Sociale dell’Università Carlo Cattaneo, LIUC di Castellanza- ha condotto un’indagine per stimare l’impatto che il passaggio di una parte dei pazienti alla monoterapia può avere sul sistema sanitario della Lombardia. «I vantaggi di natura economica all’inserimento di tale alternativa si possono aggirare nell’ordine dei 10 milioni di euro e arrivare fino a 22,6 milioni di euro, con un risparmio percentuale che va dal 4% all’8% circa» spiega Emanuela Foglia, ricercatrice CREMS. «Anche se stimo che ci collocheremmo nelle zone più basse del vantaggio, credo sia importante che dare il segnale di un tentativo di razionalizzazione» commenta Massimo Galli, Direttore Scuola di Specialità in Malattie Infettive Azienda Ospedaliera Luigi Sacco di Milano, che precisa la sua posizione: «abbiamo due mondi di pazienti: quelli che non sono mai stati trattati in cui andrei molto piano con la semplificazione della terapia perchè lì bisogna intervenire con la massima potenza di farmaci. L’altro mondo è quello delle persone in trattamento da molto tempo con controllo molto buono della viremia: lì si può aprire al risparmio, in primo luogo di tossicità e in secondo luogo economico».

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