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Distrofia muscolare: una cura che arriva dal veleno del ragno

Una sostanza estratta da un tipo di ragno sarebbe in grado di arrestare il deterioramento delle cellule muscolari dietro alla distrofia muscolare di Duchenne.
Le sostanze ritenute tossiche come i veleni spesso riservano delle sorprese. Sono piacevoli sorprese che, se non fosse per gli scienziati che studiano anche sostanze come queste, sarebbero rimaste sconosciute.
Una di queste è la possibilità di fermare il deterioramento delle cellule muscolari, così come avviene nella distrofia muscolare di Duchenne, una malattia che colpisce in prevalenza i maschi fin dai primi anni di vita e che causa la progressiva degenerazione dei muscoli.

Allo stato attuale delle cose non esiste una cura definitiva, ma si interviene a livello fisiologico per cercare di rallentare la degenerazione o mantenere in qualche modo attiva l’attività muscolare. La ricerca tuttavia continua e, in Italia, è promossa in primo luogo da Fondazioni come Telethon.
Ad aver invece trovato una possibile risorsa nel cercare di fermare il deteriorarsi delle cellule muscolari è stato il professore di fisiologia e biofisica presso l’Università di Buffalo (Usa), dottor Frederick Sachs.

Sachs era stato contattato da un agente di cambio che, dopo aver scoperto che il giovane nipote era affetto dalla distrofia muscolare di Duchenne, si è attivato per cercare se esistesse una possibile cura. La sua ricerca è sbocciata in uno studio condotto su modello animale da parte del professor Sachs, in collaborazione con l’azienda farmaceutica Tonus Therapeutics di cui l’agente di cambio è divenuto co-fondatore.
Gli scienziati hanno studiato gli effetti delle proteine contenute nel veleno della tarantola rosa cilena (Grammostola rosea), un ragno piuttosto velenoso. Trattando dei topi affetti da distrofia muscolare, si è visto che il veleno è stato in grado di rallentare il deterioramento delle cellule muscolari, dimostrandosi promettente per una possibile applicazione sull’uomo.

Gli scienziati sottolineano che al momento questa non può essere considerata una cura. E sebbene siano necessari altri studi più approfonditi, anche per valutare l’avvio di una ricerca clinica sugli esseri umani, i ricercatori sono speranzosi che si possa giungere presto a questo traguardo che si rivelerebbe un aiuto fondamentale per allungare la vita – forse anche di molto – dei piccoli pazienti colpiti da questa terribile malattia.
(La Stampa.it)

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