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Per la sopravvivenza del comparto del farmaco occorre un cambiamento radicale

Il Servizio sanitario stabilisca quali risorse metterà a disposizione da qui a cinque anni per l’assistenza farmaceutica e quali farmaci intende rimborsare. L’industria, la distribuzione e le farmacie facciano i sacrifici che la situazione richiede. “Ma poi il Governo decida se ritiene strategica la filiera del farmaco e come intende promuoverne realmente lo sviluppo, senza scaricare gli oneri sulle prestazioni rese al cittadino”, dice il presidente Giorgio Foresti.

Roma, 11 luglio 2012 – “La situazione attuale è tale da non permettere più la difesa a oltranza di assetti superati, il vittimismo da cui spesso è accompagnata, e il ricorso a soluzioni di corto respiro: anche per quanto riguarda il comparto del farmaco”, dice Giorgio Foresti, presidente di AssoGenerici, introducendo la risposta dell’Associazione alle misure sulla spesa farmaceutica inserite nella cosiddetta spending review.

“Ciò che occorre oggi non è un tavolo, ma due. Il primo con Ministero della Salute, Regioni e comparto del farmaco, dall’industria del brand alle farmacie, nel quale si indichi il livello di spesa che il SSN può mantenere per il prossimo quinquennio e il comparto risponda con una sua proposta. L’altro in cui i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico di cano chiaramente se ritengono strategico per l’Italia il mantenimento di questo settore e, se sì, che cosa intendono fare per svilupparlo. Quello che non è più sostenibile è mischiare le carte: far ricadere sul Servizio sanitario le politiche di sostegno, peraltro sempre precarie”.
Il Servizio sanitario, infatti, non deve farsi carico dell’economia di chi fornisce beni e servizi, ma dell’assistenza ai cittadini e a questo proposito è bene rideterminare anche quali prestazioni possono essere rimborsate e quali no. “Non è più possibile considerare l’assistenza farmaceutica come un LEA complessivo. Si definisca quali farmaci devono essere rimborsati e quali vanno affidati alla spesa privata” prosegue Foresti. “In alcuni paesi europei, per esempio, si sta pensando di non rimborsare più quei farmaci di prezzo inferiore ad un certo importo, non perché siano meno importanti ma perché il loro impatto sul Servizio sanitario è enorme mentre per il singolo oggi esistono le condizioni per poter affrontare anche una terapia cronica, come quella contro l’ipercolesterolemia, a un prezzo inferiore a quello del caffè mattutino. Sottraendo questi medicinali alla logica del rimborso , la concorrenza tra brand e generici potrebbe svilupparsi appieno, e il cittadino potrà scegliere liberamente in base a possibilità e preferenze. Certo, peraltro, di acquistare in ogni caso medicinali, sicuri, efficaci e di qualità. E’ evidente che per le fasce di popolazione economicamente svantaggiate si possono prevedere esenzioni, ma si tenga presente che con l’aumento dei ticket si rischia di far spendere al cittadino più di quanto farebbe semplicemente acquistando il medicinale direttamente. Se già oggi un numero sempre maggiore di italiani acquista di tasca propria anche i farmaci rimborsati una ragione c’è. Solo così si potranno liberare risorse per i medicinali innovativi, cui oggi gli italiani accedono in ritardo e con una serie di limitazioni”.  La contropartita di questo atteggiamento deve però essere un impegno coerente del Governo al sostegno e allo sviluppo del comparto farmaceutico. “E’ il caso di ricordare che uno dei più importanti fattori di crescita dell’industria biomedica e farmaceutica statunitense fu il Cancer Act con cui nel 1971 il presidente Nixon, come dissero i giornali, dichiarò guerra ai tumori. Dei finanziamenti beneficiarono università e industria, ma anche i cittadini di tutto il mondo”.

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