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ESC (European Society of Cardiology): dopo un ictus il rischio triplica se si torna a fumare

Essere sopravvissuti a un ictus non scoraggia gli irriducibili delle ‘bionde’: uno studio italiano presentato al Congresso 2012 dell’Esc (European Society of Cardiology), in corso a Monaco di Baviera, ha calcolato che più della metà dei fumatori reduci da un infarto cerebrale riprende in mano il pacchetto una volta fuori dall’ospedale. Le più recidive sono le donne. Ma questa debolezza costa davvero cara, avverte il team di Furio Colivicchi dell’ospedale San Filippo Neri di Roma: per chi ricomincia a fumare dopo un ictus, infatti, il rischio di morire triplica. E arriva addirittura a quintuplicare se il paziente ritorna alle sigarette a una settimana circa dalla dimissisione.
I cardiologi del San Filippo Neri, in collaborazione con i neurologi della Fondazione Santa Lucia della Capitale, hanno seguito 921 pazienti (584 uomini e 337 donne, età media 67 anni) che prima di finire in ospedale per un ictus ischemico acuto fumavano regolarmente, intervistandoli a distanza di uno, 6 e 12 mesi dalla dimissione. Durante il ricovero, ovviamente, tutti smettevano di fumare. Tutti si dichiaravano assolutamente intenzionati ad abbandonare per sempre il ‘vizio’ e mentre si trovavano in ospedale seguivano sessioni di counseling antifumo, che tuttavia non prevedevano l’utilizzo di sostituti della nicotina. Ma una volta dimessi, passata la paura, il richiamo del pacchetto tornava a farsi sentire. Risultato: a un anno dall’ictus aveva ripreso a fumare regolarmente il 53% (493), soprattutto i più anziani e le donne.

Nell’anno successivo all’infarto cerebrale morivano 89 pazienti, dato che equivaleva a una probabilità di morte del 9,6%. E dopo avere corretto i dati tenendo conto di tutti i possibili fattori confondenti (età, gravità dello stroke, altre malattie), i ricercatori hanno concluso che tra chi aveva ricominciato a fumare il rischio di morire era 3 volte maggiore. Ma arrivava ad essere 5 volte più alto se il paziente riprendeva nei primi 10 giorni da quando era tornato a casa. “Il risultato di questo studio – commenta Colivicchi – suggeriscono che il personale sanitario dovrebbe prendere molto più seriamente gli interventi di disassuefazione al fumo nei pazienti ricoverati per un ictus”. Per riuscire davvero a liberare un tabagista dalla sua schiavitù, precisa il cardiologo, “un programma antifumo deve prevedere un approccio a lungo termine, con counseling individuale, sostegno post-dimissioni e adeguato supporto farmacologico”.

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