La Società Italiana di Neurologi…

Roma, 26 novembre 2014 – …

Supervirus H5N1 creato in labora…

Due esperimenti in Olanda…

Sindrome delle gambe senza ripos…

Un team internazionale di…

Insufficienza cardiaca: la stimo…

La stimolazione dei nervi…

Cellule staminali contro la Scle…

La sclerosi laterale …

Malattie ematologiche: il trapia…

Ci sono persone affette d…

Tumori neuroendocrini: terapie m…

Sono poco conosciuti ma c…

Legame tra autismo e anticorpi m…

Un gruppo di ricercator…

Parkinson: individuati nuovi mar…

[caption id="attachment_9…

Farmaco contro la leucemia ralle…

Un farmaco comunemente us…

«
»
TwitterFacebookPinterestGoogle+

Ricerca: torna in patria un cervello eccellente per cura cancro pancreas. Al via test sull’uomo

E’ rientrato in Italia dagli Stati Uniti con una precisa missione: combattere il tumore del pancreas nella sua forma più aggressiva, e cioè l’adenocarcinoma. Si tratta di un giovane ‘cervello’ fuggito negli Stati Uniti e poi tornato con l’intenzione di proseguire i suoi studi nel Belpaese, dove lo ha accolto l’università di Verona, centro di eccellenza per questo tipo di neoplasia. Davide Melisi, già ricercatore dall’MD Anderson Cancer Center di Houston (Usa), annuncia orgoglioso all’Adnkronos Salute di aver iniziato a testare anche nell’uomo un nuovo farmaco contro l’adenocarcinoma del pancreas.

Il cancro al pancreas colpisce ogni anno 6 mila italiani e meno del 5% dei pazienti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi. Fra i malati più celebri nel mondo, pur con forme profondamente diverse fra loro, l’attore Patrick Swayze, morto nel 2009 proprio a causa di un adenocarcinoma del pancreas, e Luciano Pavarotti. Steve Jobs, ‘cervello’ della Apple, fu colpito invece da un tumore neuroendocrino pancreatico. L’adenocarcinoma, ricorda Melisi, “è un tumore più grave di quello che ha ucciso Steve Jobs, che aveva potuto comunque sottoporsi a varie terapie che lo hanno tenuto in vita anni: i pazienti con adenocarcinoma non hanno opzioni terapeutiche davvero valide e noi pensiamo di aver trovato un modo per rendere questa malattia più vulnerabile ai comuni farmaci chemioterapici”.

In occasione del Congresso dell’European Cancer Organisation (Ecco) e della European Society for Medical Oncology (Esmo) a Berlino nel 2009, Melisi aveva spiegato di essere riuscito per la prima volta, attraverso sperimentazioni su modello animale, a dimostrare che inibendo l’azione di un enzima chiamato Tgf-beta activated kinase 1 o Tak1 è possibile rendere le cellule neoplastiche del pancreas sensibili alla chemioterapia, aprendo una promettente strada per lo sviluppo di un nuovo farmaco.

Frutto di un lavoro di molti anni, il punto di partenza era stato l’approfondimento del ruolo di una citochina chiamata Transforming Growth Factor beta (Tgf-beta) nello sviluppo del carcinoma pancreatico. “I primi risultati di laboratorio sull’efficacia di farmaci inibitori della via di segnale del Tgf-beta – ricorda Melisi – li pubblicammo nel 2007, ma oggi finalmente possiamo dire di aver cominciato la sperimentazione sui primi pazienti in carne e ossa”.

“Oggi – spiega il giovane scienziato – stiamo iniziando la fase II del nostro studio sull’uomo, con 100 pazienti in cura con il nostro farmaco più chemioterapia e 50 di controllo sottoposti a sola chemioterapia. Per fine 2013 puntiamo ad avere i primi risultati, che saranno importantissimi per avviarsi verso la registrazione del medicinale. L’Università di Verona è il centro coordinatore nazionale dello studio e – insieme a quello di Barcellona – tra i veri promotori di questo lavoro internazionale: parteciperanno poi vari centri europei e a breve anche italiani. Ma il farmaco l’abbiamo messo a punto noi e abbiamo anche già dimostrato nella fase I che è ben tollerato e non comporta eccessivi effetti collaterali”.

“Questo, inoltre – tiene a precisare Melisi – non sarà il solito trial clinico per verificare quanto si sopravvive con un nuovo farmaco. Ma avrà un forte taglio traslazionale, una sorta di ‘ping-pong’ fra il letto del paziente e il laboratorio: di ogni singolo malato noi preleviamo i tessuti e li analizziamo per capire in tempo reale l’effetto del medicinale sulla malattia”.
Adnkronos

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Archivi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: