Alzheimer e memoria semantica: l…

[caption id="attachment_1…

La qualità del sonno migliora co…

Un nuovo studio statunit…

Alzheimer: funziona la prevenzio…

La somministrazione prolu…

Protesi neuromuscolari: possibil…

L'intenzione di movimento…

Arrivano gli stent per i restrin…

Buone notizie per i pazie…

Osservatorioinfluenza.it si rinn…

Una sezione dettagliata s…

Dal colesterolo una speranza con…

[caption id="attachm…

Sindrome di Marfan: un 'paziente…

Si deve alla 'testardaggi…

"L'ho già visto!" - Scienziati s…

Il suono di una voce che …

SLA: un errore nella formazione …

Un errore nella formazion…

«
»
TwitterFacebookPinterestGoogle+

Settimana mondiale del cervello: il cervello alla sbarra

brain_circleDomenica 10 marzo, ore 20.30

Teatro Franco Parenti

Via. PierLombardo 14, Milano

Milano, 7 marzo 2013 – In tutto il mondo la settimana dall’11 al 17 marzo è dedicata al cervello, con lo scopo far comprendere al largo pubblico che cosa sta accadendo nel campo delle neuroscienze, ovvero l’importanza delle ricerche in corso e l’impatto che queste stanno avendo nella clinica e nella vita di tutti.

L’inaugurazione ufficiale in Italia, a cura della SIN, la Società Italiana di Neurologia, si terrà domenica 10 a Milano, al Teatro Franco Parenti, alle 20.30, con il dibattito: “Il cervello alla sbarra”. Ovvero come le neuroscienze potrebbero cambiare il funzionamento delle giustizia. Un tema che può sembrare di nicchia, e invece è di grandissima attualità in tutto il mondo perché incide sul modo in cui il crimine viene compreso e giudicato, sul modo di concepire e comminare la pena, su come condurre i processi.

Un esempio paradigmatico è il caso Englaro: il concetto di attività cerebrale e di riserva cognitiva esplorate anche attraverso gli strumenti delle Neuroscienze ha modificato l’approccio terapeutico verso una persona non più in grado di esprimere in quel momento le proprie volontà.  Cosa vuole dire morte cerebrale? E nel controllo dei parametri vitali quale fattore conta di più se si può parlare di una gerarchia fisiologica, il cuore o il cervello?

Ma non è questo l’unico interrogativo aperto dalle neuroscienze. Pensiamo ai testimoni nei processi, anche ai testimoni oculari. Sono attendibili? Le ricerche in neuroscienze suggeriscono che la loro attendibilità vada accuratamente testata, perché  il cervello è un sistema che ricostruisce attivamente i ricordi e rielabora tutti gli stimoli, inclusi quelli visivi. Inoltre, noi non vediamo tutto, vediamo alcuni dettagli che poi il nostro cervello completa  attraverso esperienze e ricordi. Quello che vedo io può essere molto diverso da quello che vedi tu, e il ricordo del ricordo, piuttosto che il ricordo in sé, può completamente sostituirsi nella rievocazione.

E le emozioni? Il diritto, in generale, non le considera. Se un imputato è capace di intendere e volere, si ritiene sia  in pieno possesso delle sue capacità razionali. Ma i neuroscienziati hanno dimostrato, soprattutto sulla base di studi di neuroeconomia, che  le emozioni influenzano le decisioni , e da queste non si può mai prescindere. In che modo il diritto può tener conto del fatto che nel cervello razionalità ed emozioni non sono separabili e che istanze emotive e calcolo possono dipendere da predisposizioni individuali e contesti?

E infine il problema del libero arbitrio: fino a che punto il nostro cervello decide per un atto di volontà? O quanto invece è condizionato dai geni, dall’ambiente, dalla cultura, dalla biochimica,  dalle malattie, da circuiti neuronali che si attivano indipendentemente dalla consapevolezza?  Alcuni neuroscienziati oggi sostengono che il libero arbitrio non esiste, sulla base dell’evidenza per esempio che le aree cerebrali motorie si attivano prima che il soggetto abbia deciso di compiere un movimento. Come può sussistere il libero arbitrio senza il controllo consapevole? Quindi come determinare la pena in assenza della certezza del controllo consapevole quando si commette un reato?

Certamente  chi è pericoloso per la società va isolato, ma quando  “punirlo”, e quando invece riabilitarlo? E come? Anche se le Neuroscienze potessero offrire dei mezzi terapeutici (vedi la castrazione chimica per i pedofili, o come il neurofeedback che viene studiato per controllare gli impulsi violenti) è lecito utilizzarli?

 

Ed è lecito fare uso in aula delle strumentazioni messe a disposizione dalle neuroscienze (come la risonanza magnetica funzionale, la Pet, ecc) nella aule dei tribunali, o è una invasione indebita nella libertà  di un individuo?

 

Il dibattito, organizzato e moderato da Viviana Kasam, giornalista e presidente di BrainCircleItalia, vedrà a confronto due neuroscienziati, il Prof. Giancarlo ComiPresidente della SIN e la Prof.ssa Gabriella Bottini, docente di Psicologia Fisiologica e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Pavia, , due magistrati, Amedeo Santosuosso,presidente della European Association for Neuroscience and Law e Ines Marini, consigliere presso la Corte d’Appello di Milano, un avvocato che è stato tra i primi in Italia ad affrontare questo tema, Guglielmo Gulotta, presidente Associazione Diritto Mente Cervello, e Gilberto Corbellinidocente di storia della medicina e bioetica presso la Sapienza Università di Roma, che affronterà questo tema dal punto di vista dell’etica e della storia della scienza.

Archivi

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!