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Conservazione organi: una nuova tecnica porta a 72 ore dopo il prelievo il periodo utile

Grazie a una nuova tecnica di conservazione è stato realizzato con successo nei ratti il trapianto di fegato a 72 ore dal prelievo, dimostrando la possibilità di mantenere vitali gli organi per un periodo di tempo ben superiore a quello attuale, che non supera le 12 ore.

Una nuova tecnica di conservazione promette di estendere notevolmente l’arco di tempo durante il quale organi prelevati da un donatore possono essere trapiantati. Sviluppata da ricercatori Massachusetts General Hospital a Boston e descritta in un articolo pubblicato su “Nature Medicine”, la metodologia è stata al momento testata con successo nel trapianto di fegato su ratti e richiederà ancora perfezionamenti e sperimentazioni prima di poter passare alla sua applicazione clinica, ovvero su esseri umani.

In questo ultimo caso, si tratterebbe di un risultato importante soprattutto perché aumenterebbe le possibilità di trovare il paziente con la migliore compatibilità e di preparare al meglio per l’intervento sia i medici sia i pazienti.

L’apparecchiatura di irrorazione usata negli esperimenti. (Cortesia Wally Reeves, Korkut Uygun, Martin Yarmush, Harvard University)
La tecnologia attuale consente di preservare gli organi per un periodo molto limitato (4-6 ore il cuore, 12 ore il fegato e 24 il rene) sfruttando il rallentamento dei processi metabolici e biologici prodotto dal raffreddamento dell’organo a una temperatura di poco superiore a 0 °C, immerso o irrorato con una apposita soluzione chimica.

Un raffreddamento dell’organo a temperature più basse rispetto a quelle raggiunte oggi consentirebbe un allungamento del tempo di conservazione, ma a temperature più basse di 0°C – il punto di congelamento dell’acqua, che rappresenta fra il 60 e il 70 per cento della massa di una cellula – si verifica un danno tissutale esteso, e il trasferimento dei successi finora ottenuti in questo campo su cellule o tessuti semplici a interi organi è complicato dal fatto che i diversi tipi cellulari e le altre strutture reagiscono in modo differente al freddo.

Per evitare questi problemi, nel loro esperimento Tim A. Berendsen e colleghi hanno aggiunto due composti alla soluzione con cui è stato irrorato il fegato prelevato dai ratti donatori: un composto del glucosio, il 3-OMG, che non viene metabolizzato dalle cellule ma si accumula negli epatociti, le cellule del fegato, dove agisce come protezione dal freddo; e un glicole polietilenico, che abbassa il punto di congelamento di una soluzione, con la funzione di proteggere in particolare le membrane cellulari. Gli organi così trattati sono stati poi lentamente raffreddati fino a – 6 °C, senza indurre il congelamento.

I fegati sono stati poi conservati a quella temperatura per diversi giorni, per essere in seguito riportati a una temperatura normale attraverso un’infusione che apportava anche ossigeno e nutrienti. In questo modo è stato ripristinato il corretto metabolismo cellulare in vista del trapianto. E’ risultato che tutti i ratti che hanno ricevuto il trapianto di organi conservati fino a 72 ore sono sopravvissuti, mentre i l tasso di sopravvivenza per gli animali che avevano ricevuto organi rimasti alla temperatura di – 6 °C per 96 ore è stato del 58 per cento.

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