Artrite reumatoide: dolore croni…

Rinunciare alla maternita…

Magnesio contro il declino cogni…

Mentre una carenza di mag…

Arto rotto: il cervello inizia s…

Braccio destro ingessato …

Campagna invito donazione cordon…

Ancora 48 mila unità di s…

Le statine, e l'azione inibente …

Le statine ipocolesterole…

L'appetito regolato dalle cellul…

Producendo una particolar…

Un inaspettato doppio controllo …

[caption id="attachment_7…

Tè verde contro tumori della pel…

Da un estratto di tè verd…

"Faccia da Toast" - Un laborator…

26 settembre 2014 ore 13,…

Neurofibromatosi: passi avanti n…

Un team di ricercatori pr…

«
»
TwitterFacebookPinterestGoogle+

I Mondiali di calcio in Brasile: un’opportunità per insegnare ai bambini i valori dello sport

SIPPSOggi pomeriggio tutti davanti alla tv: a Recife si gioca Italia – Costa Rica. La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) invita i genitori a non trasformarsi in veri e propri hooligans 

Roma, 20 giugno 2014. Tra qualche ora la Nazionale scende in campo a Recife per il secondo impegno della sua avventura al mondiale brasiliano. Alle 13.00 locali, le 18.00 in Italia, gli uomini di Prandelli affrontano la Costa Rica. E allora ecco che il tifo pallonaro è pronto a celebrare le gesta degli azzurri: dai più grandi ai più piccoli, televisioni accese ed occhi puntati sull’Arena Pernambuco, pronti a saltare di gioia per una parata di Buffon o per un gol di Balotelli.

Il calcio è da sempre tra gli sport più popolari e diffusi tra i bambini e i Mondiali che si stanno disputando a passo di samba offrono lo spunto per rispondere ad alcuni interrogativi: perché uno sport che appassiona, riunisce le persone in un vissuto di appartenenza e di identità collettiva e celebra l’orgoglio nazionale, diventa talvolta catalizzatore di provocazioni, scontri e perfino tragedie? In quale modo l’atteggiamento dei genitori influenza quello dei figli? E come questi ultimi dovrebbero accostarsi allo sport traendone insegnamenti di vita anziché pretesti per comportamenti aggressivi e devianti?

“Lo sport – afferma Piercarlo Salari, pediatra di consultorio a Milano e membro della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) – è un momento educativo importante da promuovere con uno spirito basato sull’identificazione e il sostegno della propria squadra e al tempo stesso sui principi della convivenza civile, sulla consapevolezza che gli uomini, da qualunque parte dello stadio giochino o guardino, siano tutti da rispettare come noi stessi. Per primi i genitori devono imparare a vivere lo sport in modo tranquillo e sereno, rendendo l’agonismo interessante e piacevole e ricordando che si tratta pur sempre di un gioco. È altrettanto importante mantenere un atteggiamento positivo ed equilibrato in rapporto ai risultato, insegnare ai propri figli che saper perdere è molto più difficile ed importante che saper vincere, perché nello sport, così come nella vita, il più delle volte non si vince e dopo una caduta bisogna sapersi rialzare”. “La partita – aggiunge Stefania Bianchi, psicologa e psicoterapeuta presso l’Associazione ProXXima a Milano – assume per gli spettatori significati di tipo simbolico e comunicativo, dove l’aggressività diventa una forma di lotta mimata e simulata, senza poi dimenticare il fascino e l’attrazione esercitati dai giocatori che ostentano maggiore aggressività.

I bambini e ragazzi sono fortemente influenzati dall’ambiente in cui vivono, soprattutto dai comportamenti dei propri genitori e degli adulti di riferimento: assimilano immediatamente il loro comportamento senza la consapevolezza che sia corretto o no, e tendono a riproporlo. Imitazione e apprendimento in queste fasce di età hanno un ruolo preminente nella formazione della personalità e nello sviluppo di modalità relazionali: i minori hanno infatti bisogno di punti di riferimento e di modelli da seguire. Inoltre, gli adolescenti sono alla ricerca di una identità sociale attraverso l’aggregazione in un gruppo di coetanei che li promuove e li sostiene nell’interazione con il mondo degli adulti: l’insieme dei coetanei sviluppa in loro una sicurezza legata al senso di appartenenza sperimentandosi in codici di relazione e regole che devono seguire per essere inseriti nel gruppo stesso”.

Spetta dunque ai genitori il compito di creare un clima “da partita” che sia occasione di svago e divertimento, non di aggressività e competizione violenta, e favorisca un vissuto di appartenenza e di identità collettiva, senza sfociare nella lotta al nemico avversario. “Il consiglio – conclude Bianchi – è favorire un clima di ascolto e comunicazione sia durante sia dopo la partita: il dialogo con i propri figli può favorire il confronto e la condivisione riguardo a scene e a temi più aggressivi, spiegando e sottolineando l’importanza del rispetto delle regole e delle persone.

L’ascolto e la comprensione dei vissuti dei propri figli, al contrario, permettono ai genitori di accoglierne i pensieri e i dubbi e al tempo stesso di aiutarli a esprimere le emozioni forti riguardo a quanto hanno assistito e di chiarire le situazioni facendo emergere l’esame di realtà e la consapevolezza di ciò che è giusto oppure no: è importante confrontarsi con i bambini su temi quali agonismo e competizione, vittoria e sconfitta, sentimenti legati all’esito della partita in modo da permettere loro di comprenderne il vero significato”.

Archivi

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!