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Spondilite: terapie molto discusse e poco condivise in prova

spondilitis

Il West China Hospital dell’università del Sichuan, in Cina, è una specie di ospedale-mostro. È il più grosso del mondo, con 4.600 letti e due milioni e mezzo di visite ambulatoriali all’anno. Ed è anche la sede cinese della Cochrane Collaboration, l’ente internazionale per la valutazione indipendente delle ricerche cliniche. Questi dati spiegano, almeno in parte, perché ci si aspetta molto da un studio sulla spondilite anchilosante in partenza al West China a fine agosto: l’obiettivo è sperimentare il Protocollo Marshall, una terapia basata su teorie discusse e non da tutti condivise.

MICROBIOMA – Dietro all’iniziativa c’è la californiana Autoimmunity Research Foundation, che intende applicare il protocollo su circa 200 pazienti. La teoria alla base della cura prende le mosse da quanto oggi è noto circa le interazioni fra i batteri che vivono nell’organismo e le nostre cellule: secondo lo Human Microbiome Project dei National Institutes of Health statunitensi il 90 per cento delle cellule presenti nel corpo umano sono batteri. Ci sono quelli che vivono nell’intestino, sulla pelle, nel naso, nelle vie urinarie: sono miliardi, molti ancora tutti da identificare, così gli sforzi dei ricercatori sono oggi mirati a comprendere la relazione che c’è fra loro e noi, fra il loro metabolismo e le nostre malattie. I fautori del Protocollo sostengono che la presenza di certi batteri patogeni sia implicata nella comparsa di dozzine di malattie croniche: i germi sarebbero infatti in grado di alterare recettori del nucleo delle cellule promuovendo l’infiammazione generalizzata, gli squilibri ormonali, l’immunosoppressione tipici di varie patologie (dal lupus alla sarcoidosi, dal diabete all’artrite reumatoide), fra cui la spondilite anchilosante.


BATTERI-L – I responsabili di tutto sarebbero i cosiddetti batteri-L: germi che hanno perso la parete cellulare (succede, in alcune fasi del ciclo cellulare di certe specie; c’è però chi ancora dubita della loro effettiva esistenza) e che quindi non sono attaccabili dai normali antibiotici. Ne sono state identificate svariate decine e avrebbero la peculiarità di poter entrare in alcune cellule del sistema immunitario, nascondendosi» al loro interno senza essere eliminate: da qui arriverebbero ovunque, nelle articolazioni e in vari tessuti. All’interno della cellula agirebbero su recettori del nucleo che inducono la formazione di sostanze pro-infiammatorie, da cui partirebbe la cascata di eventi che porta alla comparsa di malattie infiammatorie croniche, fra cui la spondilite. Ed è su questi meccanismi che intende agire il Protocollo Marshall (dal nome del suo ideatore, l’australiano Trevor Marshall) che verrà applicato sui pazienti arruolati in Cina.

PROTOCOLLO MARSHALL – Secondo i ricercatori che caldeggiano il protocollo, alla base di tutto ci sarebbe la vitamina D: i batteri starebbero come topi nel formaggio in un ambiente ricco di vitamina D (e infatti sarebbero in grado di aumentarne le quantità in circolo), perché essa ridurrebbe la risposta immune consentendo loro di moltiplicarsi più facilmente e perpetuando quindi lo stato infiammatorio. Un’ipotesi che cozza con la carenza di vitamina D che si riscontra spesso in caso di malattie autoimmuni, ed è anche per questo che le teorie dietro al Protocollo Marshall fanno storcere il naso a moltissimi esperti: secondo i fautori, però, per curare le malattie autoimmuni bisogna ridurre i livelli di vitamina D dei pazienti. Il protocollo prevede anche la somministrazione di antibiotici e l’assunzione di bloccanti dei recettori per l’angiotensina II, ormone che sarebbe implicato nelle cascate infiammatorie indotte dai batteri-L. Il mix verrà provato in Cina, ma alcuni risultati ci sarebbero già: secondo i risultati di piccole sperimentazioni pilota presentate lo scorso anno in Portogallo all’International Congress on Autoimmunity, la maggioranza dei pazienti affetti da 20 malattie autoimmuni trattati con il Protocollo Marshall ha visto migliorare o addirittura sparire i propri sintomi. La collaborazione con la Cina dovrebbe servire a ottenere dati più consistenti, ottenuti su un gruppo organico di pazienti: una specie di compendio di tutti i mini-test fatti finora. I finanziamenti arriveranno da fonti pubbliche e donazioni private e la sperimentazione, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe estendersi presto anche ad altre patologie autoimmuni: l’iniziativa è accolta con un certo scetticismo dalla comunità scientifica internazionale, ma forse sarà la volta buona per mettere alla prova le teorie anticonformiste alla base del Protocollo Marshall.


Corriere.it

Elena Meli

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