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Un marcatore precoce per l’insufficienza renale acuta

I pazienti con livelli di NGAL più alti sviluppano con maggiore probabilità l’insufficienza renale acuta, anche dopo aver normalizzato i risultati per altri fattori

L’insufficienza renale acuta (acute kidney injury, AKI) è una complicazione frequente nei pazienti in cura intensiva negli ospedali. Ora la sua diagnosi potrebbe diventare molto più rapida grazie a un marcatore, rintracciabile con una semplice analisi delle urine, denominato NGAL (neutrophil gelatinase associated lipocalin), secondo quanto pubblicato sulla rivista “Journal of the American Society of Nephrology“ (JASN). “Come marcatore unico, l’NGAL si è comportato abbastanza bene nell’evidenziare un AKI in corso o prevederne uno successivo”, ha commentato Alp Ikizler, ricercatore della Vanderbilt University.


Nello studio, infatti, i pazienti con livelli di NGAL più alti hanno sviluppato con maggiore probabilità AKI, anche dopo aver normalizzato i risultati per altri fattori. L’aumento di NGAL era presente prima di ogni variazione nel test standard per l’AKI, ovvero il livello sierico di creatinina. In assenza di ulteriori informazioni, tuttavia, nella previsione di AKI la misurazione dell’NGAL nelle urine non è risultata più efficace degli altri fattori di rischio clinico, anche se, come puntualizzano gli autori, lo studio aveva come limitazioni l’assenza d’informazione sull’incidenza di morte o di necessità di dialisi, nonché sul livello iniziale della funzionalità renale dei pazienti. Un secondo studio, anch’esso pubblicato su JASN, suggerisce come l’NGAL possa essere utile anche nella diagnosi di patologie renali HIV-correlate che colpiscono soprattutto gli afroamericani e i neri africani. Nello studio si è infatti osservato che i livelli urinari di NGAL erano molto più alti in pazienti con nefropatia associata all’HIV (HIV-associated nephropathy, HIVAN) che nei pazienti colpiti da altre forme di nefropatia, con o senza HIV.
“L’NGAL viene espresso in modo molto specifico in presenza di cisti renali, il che suggerisce che l’NGAL ne possa controllare la formazione in caso di nefropatia associata all’HIV”, ha commentato Jonathan Barasch, della Columbia University di New York, coautore dello studio

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