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martedì, Maggio 17, 2022

Un bio-gel per la rigenerazione del tessuto cerebrale

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Un biomateriale iniettabile potrà aiutare il tessuto cerebrale lesionato da un trauma a rigenerarsi. Lo sostengono i bioingegneri della Clemson University (Usa), autori di uno studio su uno speciale idrogel messo a punto con materiali naturali e sintetici. Un biomateriale testato finora con successo sui ratti, che ha il potenziale di favorire la crescita delle cellule staminali neurali dello stesso paziente vittima del trauma, riparando così la lesione ’dall’interno’. In precedenti studi il team di Ning Zhang aveva dimostrato in laboratorio la ricostruzione di una completa rete vascolare nel sito della lesione, un passo iniziale verso la rigenerazione del tessuto cerebrale.



Ora Zhang, che ha presentato oggi gli ultimi risultati della ricerca al Military Research Forum a Kansas City (Usa), si è detta ottimista, dopo i dati ottenuti nei ratti. Uno studio che non è limitato alle «lesioni cerebrali in combattimento: la nostra strategia – ha detto la ricercatrice – può essere applicata anche ai traumi alla testa causati da incidenti d’auto, cadute e colpi di pistola. I risultati che abbiamo visto in ratti adulti di laboratorio sono i primi di questo tipo e mostrano un sostenuto recupero funzionale in modelli animali di lesione cerebrale traumatica. Questo rappresenta anche uno dei pochissimi tentativi di riparazione strutturale delle lesioni con un approccio di ingegneria tissutale».

La Zhang prevede che la procedura potrebbe essere messa a punto per i test sull’uomo in circa tre anni. I ricercatori spiegano che i correnti approcci al trattamento dei traumi cerebrali finora si sono concentrati sulla lesione primaria usando l’ipotermia o la neuroprotezione con agenti farmacologici, tutti però con successo limitato. La nuova procedura con idrogel prevede che il biomateriale venga iniettato direttamente nel sito della lesione per guidare la risposta delle cellule staminali neurali cerebrali e rigenerare normale tessuto cerebrale proprio dove serve. Lo studio è stato finanziato con 220 mila dollari dal Dipartimento della difesa americano.

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MICHELE MAERO

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