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Retina artificiale: un’altra via per ridimensionare danni oculari

Bulbo oculare ingegnerizzato

Bulbo oculare ingegnerizzato

C’è chi sta studiando l’occhio bionico e chi invece pensa ai trapianti di retina. Nella ricerca di rimedi contro la cecità, le due strade procedono parallele ed entrambe stanno dando buoni risultati. Come dimostrano i dati presentati al Neuroscience 2009, il più importante appuntamento annuale del settore, appena conclusosi a Chicago. Gli ingegneri delle protesi hanno messo a punto una retina artificiale, composta da una serie di elettrodi da impiantare nella parte posteriore dell’occhio, che ha restituito parzialmente la vista a persone completamente cieche. Lo studio ha coinvolto 15 pazienti che hanno ricevuto l’impianto e, dopo tre mesi, sono stati sottoposti a una serie di test: dieci di loro sono riusciti a identificare la direzione di oggetti in movimento.

LUCE IN MOVIMENTO – «Questi risultati offrono nuove speranze a molte persone con malattie degenerative della retina come la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare – ha commentato Jessy Dorn della Second Sight Medical Products (l’azienda che ha costruito la protesi). – Queste patologie provocano una perdita progressiva della visione dovuta alla distruzione delle cellule nervose». Per trasmettere gli impulsi luminosi agli elettrodi impiantati nella retina, i pazienti dello studio hanno indossato occhiali dotati di una piccola telecamera collegata a un computer attaccato alla cintura. Il computer è in grado di elaborare le immagini registrate dal video e di inviare i dati agli elettrodi impiantati nella retina. Quando i pazienti sono stati invitati a osservare un monitor scuro, dove scorreva una barra bianca, sono riusciti, grazie al dispositivo, a distinguere il movimento di quest’ultima.

CELLULE FETALI – In un altro esperimento, invece, la retina è stata «ricostruita» in laboratorio con cellule retiniche fetali. Ricercatori dell’Università della California a Irvine, hanno poi trapiantato lo strato di cellule nell’occhio di 10 pazienti, quattro con una degenerazione maculare senile e sei con retinite pigmentosa: sette di loro sono migliorati (nel senso che riuscivano a leggere delle lettere su uno schermo), in un caso la situazione è rimasta la stessa e nei restanti due la malattia è peggiorata. «Le cellule trapiantate nella retina del paziente – ha spiegato Robert Aramant, coordinatore dello studio – si sono differenziate in cellule nervose sensibili alla luce». L’intervento chirurgico non ha avuto complicazioni e non si sono osservati fenomeni di rigetto.



MOLECOLE INGEGNERIZZATE – Un terzo esperimento, questa volta condotto su animali, ha rivelato che una proteina ingegnerizzata, sensibile alla luce, è in grado di restituire la visione a roditori affetti da retinite pigmentosa. La proteina si chiama LiGluR (Light Activated Glutamate Rceptor) e può stimolare o inibire l’attività dei neuroni a seconda della lunghezza d’onda della luce. «L’esperimento – ha commentato Natalia Caporale dell’Università della California a Berkeley, primo autore dello studio – potrebbe portare a nuove terapie per i pazienti con significative perdite della capacità visiva e agli ultimi stadi della degenerazione retinica».

Corriere.it

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