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Eventi cardiovascolari legati alla insulino-resistenza

Secondo i risultati dello studio, durato più di otto anni, questa condizione aumenterebbe del 45 per cento il rischio cardiovascolare

L’insulino-resistenza, una condizione in cui l’insulina prodotta dall’organismo diventa meno efficace nel ridurre i livelli di glucosio nel sangue, è correlata a un maggior rischio di ictus anche in soggetti non diabetici: è questo il risultato di un nuovo studio il cui resoconto è pubblicato sulla rivistaArchives of Neurology.

L’insulino-resistenza ha origine da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica, lo stile di vita e l’obesità, e contribuisce a sua volta al rischio di andare incontro a eventi cardiovascolari, ma finora non è mai stato chiarito in che misura possa influire sul verificarsi di ictus ischemici, cioè dell’interruzione del flusso sanguigno verso il cervello a causa di un coagulo di sangue o un altro tipo di blocco arterioso.

Uno strumento ampiamente utilizzato per stimare la sensibilità all’insulina è il modello di valutazione omeostatico (homeostasis model assessment, HOMA), calcolato utilizzando la glicemia a digiuno e i livelli d’insulina a digiuno.

Tatjana Rundek,  insieme con i colleghi della Miller School of Medicine dell’Università di Miami, ha valutato, utilizzando l’indice HOMA, l’insulino-resistenza di 1509 soggetti non diabetici che hanno partecipato al Northern Manhattan Study, una ricerca diretta all’osservazione dei diversi livelli di rischio, di incidenza e di prognosi dell’ictus in una comunità urbana multietnica.

Durante il periodo di follow-up, durato otto anni e mezzo, gli eventi cardiovascolari si sono verificati in 180 partecipanti, dei quali 46 hanno avuto ictus ischemici fatali o non fatali, 45 hanno avuto infarti miocardioci fatali o non fatali e 121 sono morti di cause cardiovascolari.

I soggetti compresi nel primo quartile dell’indice HOMA avevano un rischio aumentato del 45 per cento rispetto al basale. L’associazione tra l’insulino-resistenza e rischio cardiovascolare è rimasta statisticamente significativa anche una volta che sono stati normalizzati per gli altri fattori di rischio – glicemia, obesità e sindrome metabolica. Inoltre, la relazione è apparsa più forte negli uomini che nelle donne e non varia in modo significativo tra i diversi gruppi etnici.

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