Ictus: ipotermia immediata indot…

Mettere il cervello di un…

Scienziati sviluppano analisi de…

L'indebolimento del siste…

Le "finte piastrine" in grado di…

Aggregati biodegradabili,…

Vaccino contro pneumococco mostr…

[caption id="attachment_8…

Diabete: arriva l'ormone insulin…

Insulina in polvere da …

Fibre: ottime per ridurre i risc…

Buone notizie per gli app…

La Tossina anti cancro adesso a …

Il tam tam si è già diffu…

Gruppo Ictus Emiplegia Onlus, la…

Tra i servizi, una linea …

Schistosomiasi, dal CNR arriva l…

Ne soffrono circa 200 mil…

Fumo: il declino cognitivo accel…

Non solo la pelle, anche …

«
»
TwitterFacebookPinterestGoogle+

Alzheimer: campanello di allarme anche il sonno disturbato

I problemi di sonno possono predire i primi sintomi della malattia di Alzheimer. Lo studio, pubblicato su Science Traslational Medicine, è stato per ora condotto solo sui topi ma, spiegano i ricercatori, gli stessi meccanismi dovrebbero valere anche per gli esseri umani.

La responsabilità sarebbe della beta amiloide, una proteina presente nel cervello che nel caso della malattia di Alzheimer tende ad accumularsi in aggregati chiamati «placche»: sarebbe proprio la formazione di queste placche a favorire i primi disturbi del sonno legati a questa forma di demenza.

Gli esperimenti della Washington University di St. Louis (Usa) diretti da David Holtzman hanno dimostrato che i topi sotto osservazione dormivano in media 40 minuti per ogni ora di luce, mentre non appena le placche di beta amiloide iniziavano a formarsi gli animaletti non riuscivano a superare i 30 minuti a ora. «Se le alterazioni del sonno iniziano così presto anche negli uomini, questi cambiamenti potrebbero fornirci un segno facilmente rilevabile della malattia». Ulteriori studi dovranno essere condotti, spiegano i ricercatori, per confermare il legame «problemi di sonno-placche di beta amiloide-insorgenza malattia di Alzheimer» anche negli uomini. «Se la ricerca conferma cambiamenti del sonno specifici come possibili marker precoci del morbo di Alzheimer – spiegano i ricercatori – potrebbe rivelarsi una strategia utile per i medici per identificare i pazienti a rischio».

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami

Archivi